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Arresti nel ciclismo per doping. Ricordate quando la Federazione denunciò Le Iene?

Sei arresti domiciliari e altri 17 indagati. L'indagine partita dopo la morte del ciclista Linas Rumsas

Dopo la morte del ciclista 21enne Linas Rumsas e l'apertura dell'inchiesta di Lucca per doping, sei dirigenti di un importante team dilettantistico del ciclismo italiano sono finite agli arresti domiciliari, e altre diciassette sotto indagine. L'accusa è di associazione a delinquere finalizzata a commettere delitti in materia di doping per alterare le prestazioni agonistiche. Prima della morte, il ciclista lituano Rumsas aveva ottenuto degli ottimi piazzamenti, superiori rispetto a quelli ottenuti in passato. La polizia ha così cominciato a indagare per verificare se l'improvviso decesso fosse da ricondurre all'uso di farmaci non autorizzati. E ha così trovato il fratello del ciclista, anch'egli impegnato nell'attività agonistica, positivo a un ormone per la crescita. Per lui è stata prevista la sospensione dalle competizioni per quattro anni e una denuncia per frode sportiva.

Con la nostra Iena Alessandro De Giuseppe da diversi anni denunciamo l'uso del doping nel ciclismo, e per quello ci siamo pure beccati una denuncia per diffamazione da parte della Federazione Ciclistica Italiana. La Iena aveva raccolto diverse testimonianze, come quella di Danilo Di Luca, vincitore del Giro d'Italia del 2007, che nel 2014 ci aveva detto che è "impossibile non fare uso di doping e arrivare fra i primi dieci del Giro d'Italia". Affermazioni simili a quelle di Graziano Gasparri, ciclista professionista per 8 anni, che secondo lui "la maggior parte" dei ciclisti si dopa. Già nel 2010, Ettore Torri, capo della procura antidoping del Coni, aveva lanciato l'allarme: "tutti i ciclisti che ho interrogato hanno detto che tutti i ciclisti si dopano". A otto anni di distanza possiamo dire che quell'allarme, come i tanti servizi sul doping di cui ci siamo occupati, sono rimasti inascoltati.

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