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“La ricerca del cuore di mio figlio è finita”

Mario Bartoli voleva risentire, vent’anni dopo, “quel magico battito” nel petto di chi ha ricevuto la donazione dopo la morte del suo Christian, a 17 anni. L’abbiamo seguito e aiutato, oggi ci ha chiamato

“Ora posso fermare la mia ricerca”. Mario Bartoli, che dopo vent’anni voleva ritrovare chi aveva ricevuto il cuore di suo figlio, ci ha chiamato per ringraziare. Il motivo? Non può dirlo, ma è facile immaginarlo. E’ stato contattato, grazie anche al passaparola web partito dal nostro sito, ma gli è stato chiesto di rispettare la privacy. E, come aveva promesso, lo ha fatto.

Operaio in porto, ora in pensione, Mario aveva iniziato la sua ricerca, come ci aveva raccontato durante un’intervista, vent’anni dopo la morte del suo Christian, ucciso a 17 anni il 19 gennaio del 1998 da un aneurisma. Gli organi di suo figlio, donati “con un gesto immediato, spontaneo: siamo andati noi a bussare dai dottori per proporlo”, hanno salvato sette vite. Aveva aspettato a lungo perché “metti che era stato trapiantato a un bambino: non volevo ferirlo o turbarlo nella sua crescita”.

Aveva iniziato a fine gennaio esponendo nella sua Livorno, quattro striscioni con la scritta: “Dove sei magico battito?”. Già, perché lui voleva solo sentire un’ultima volta il “magico battito” del cuore di suo figlio nel petto di un’altra persona. E raccontarle quanto di buono era nato dopo: la sua vita è cambiata e, nel nome di Christian, si è dedicato al volontariato, ad aiutare gli altri, dai terremotati dell’Aquila ai bambini, ai disabili e agli anziani soli della sua città.

Sabato 3 febbraio abbiamo intervistato l’americano Reginald Green, il padre di Nicholas, ucciso nel 1994 a 7 anni sulla Salerno-Calabria durante una tentata rapina. Gli organi di Nicholas salvarono sette vite, come è successo con quelli di Christian. Quel gesto cambiò in positivo, rivoluzionò l’approccio degli italiani verso la donazione di organi, come è successo a Livorno dopo la decisione di Mario e della moglie nel 1998. Reginald Green parla anche della storia di Mario (clicca qui per leggere e ascoltare l’intervista) e di come negli Stati Uniti sia più semplice incontrarsi per i familiari dei donatori e chi ha ricevuto gli organi.

La legge italiana vieta al personale sanitario di rivelare l’identità dei trapiantati e anche l’Aido, l’Associazione italiana per la donazione di organi, insiste su questo principio. Mario, nel suo videoappello che ci aveva inviato, aveva ribadito che non voleva stravolgere la vita a nessuno. “Se vuoi farti sentire io sono qui, se no, grazie ugualmente”, diceva. Rispettando la privacy, necessaria secondo l’Aido, secondo noi e anche secondo Mario. Così come ha fatto chiamandoci e fermando la sua ricerca.

Voglio ringraziare comunque voi e tutti quelli che hanno scritto e partecipato a questo mio sogno, è stato bello comunque”, ci tiene a dire Mario prima di andare da alcuni bambini disagiati, continuando la sua attività quotidiana di volontariato. “E’ stato bello soprattutto tutto quello che è nato dopo la donazione del cuore di Christian, compresa questa mia vita che dedico agli altri”

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