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News | di Matteo Gamba |

Magherini, nuova pista: la nipote del boss e "il carabiniere ex buttafuori"

Dal libro di Matteo Calì “Con il fiato spezzato”, presentato oggi a Firenze, emerge una nuova pista sul caso di Riccardo Magherini, morto nel 2014 durante un fermo dei carabinieri che lo hanno preso a calci e pugni. Passando tra frequentazioni e amicizie molto pericolose

Riccardo Magherini frequentava la figlia di un boss mafioso? Uno dei carabinieri che hanno partecipato al fermo in cui è morto aveva lavorato in passato per quel boss?

La nuova pista arriva dal libro “Con il fiato spezzato” del giornalista Matteo Calì de Il Sito di Firenze, presentato martedì 18 dicembre, alle ore 21 nella sala ex Leopoldine in piazza Tasso a Firenze. Calì ha seguito e approfondito il caso fin dall’inizio e ha collaborato anche con noi de Le Iene ai servizi di Mauro Casciari e Nicola Remisceg che abbiamo dedicato a questa storia e che vi riproponiamo in fondo all’articolo assieme a tutti gli articoli e i servizi che abbiamo dedicato a questa storia.

Stiamo parlando del caso di Riccardo Magherini, morto per infarto durante un fermo per strada da parte dei carabinieri, che lo hanno preso a calci e pugni, nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 a Firenze (come vedete qui sopra nel filmato girato da una persona che abitava sopra il luogo del fermo). La Cassazione un mese fa ha ribaltato a sorpresa le condanne di primo e secondo grado di Firenze per i tre carabinieri Vincenzo Corni, Agostino della Porta e Stefano Castellano, condannati rispettivamente a 8 mesi il primo e a 7 mesi gli altri due, e li ha assolti tutti.

Con tutto il rispetto per le sentenze, la dinamica ricostruita dalla Cassazione (“i carabinieri non potevano prevedere quella morte”) non ci sembra normale. E, dopo aver lanciato l’appello del fratello di Riccardo, Andrea Magherini, abbiamo promosso una raccolta fondi per aiutare la famiglia di Riccardo a sostenere le spese del ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo: CLICCATE QUI PER SOSTENERE LA RACCOLTA FONDI.

In una parte del libro di Calì, che ricostruisce tutta la storia e i misteri che circondano la morte di Magherini, si cerca di rispondere a una domanda fondamentale: perché quell’uomo, uscito a mezzanotte e venti dall’hotel St. Regis, apparentemente tranquillo (come si vede anche dal filmato con cui inizia il nostro secondo servizio), dopo 25 minuti inizia a correre per le strade di Firenze in pieno panico gridando “Mi vogliono ammazzare?”.

Con il nostro primo e secondo servizio e con gli articoli di Matteo Calì si è cercato di ricostruire quei momenti, “un buco” che le indagini non erano riuscite a spiegare.

Riccardo Magherini a mezzanotte e venti va al vicino Caffè Curtatone.

Nel marzo 2018 sono stati arrestati Renato e Giovanni Sutera, per associazione a delinquere finalizzata alla coltivazione di droga e alla bancarotta fraudolenta delle società del Caffè Curtatone, di fatto di propietà dei Sutera. Secondo i pm i “due esponenti di Cosa Nostra”, entrambi con gravi precedenti penali, usavano il Curtatone “per i loro traffici”.

Cosa c’entra questo con la morte di Magherini? Riccardo quella sera aveva assunto cocaina, ma non è tanto questo il punto. Nel caffè quella sera c’era Alessia Sutera, figlia di Renato e nipote di Giovanni, come emerge dalla firma sugli scontrini.

“Una persona che conosce molto bene i Sutera e gli equilibri di quel bar” racconta a Calì in “Con il fiato spezzato” che Magherini avrebbe frequentato Alessia Sutera, figlia e nipote di un boss. La notte tra il 3 e il 4 marzo la sua presenza nel Caffè però non sarebbe stata desiderata e sarebbe scoppiato il caos. Alessia Sutera, sempre secondo la fonte di Calì, avrebbe chiesto allo zio Giovanni di intervenire, Giovanni Sutera avrebbe telefonato a quel punto a uno dei carabinieri che era in servizio. “La telefonata ai carabinieri è partita dal telefono di Giovanni, che erano amici loro, che erano quelli che uno gli faceva il buttafuori fuori busta paga al locale che avevano loro, alla discoteca che aveva Renato”, Calì riporta nel suo libro anche questa frase che gli ha detto la sua fonte.

Lo zio di Alessia, Giovanni Sutera al tempo era in libertà e abitava a 50 metri dal caffè, che sarebbe stato frequentato abitualmente da decine e decine di carabinieri. Renato Sutera è stato in effetti proprietario di una discoteca nel 2000 e uno dei carabinieri che interverrà nel “fermo mortale” di Riccardo, Vincenzo Corni, uno dei tre condannati in primo e secondo grado e poi assolti dalla Cassazione, avrebbe lavorato in passato in alcuni locali della città.

“Non si contano le testimonianze di dipendenti del bar che raccontano la frequentazione di Renato Sutera con un ufficiale dei carabinieri, un conterraneo, e di altri militari che si erano anche fatti coinvolgere in qualche affare”, prosegue Calì.

Non ci sono ulteriori riscontri, anche perché non sono stati finora cercati, del fatto che abbia lavorato nella discoteca di Renato Sutera, che sia stato Giovanni Sutera ha chiamare i carabinieri né che ci sia stata una frequentazione tra Alessia Sutera e Riccardo Magherini. Questa però sembra una pista su cui vale la pena di indagare.

Assumerebbe ancora più importanza una delle frasi con cui Magherini accoglie i carabinieri. Si mette in ginocchio con le mani in alto e dice: “Aiutatemi, mi vogliono ammazzare, gli ho scopato la moglie, mi stanno inseguendo”.

Magherini riappare, anche negli atti dell’inchiesta, a mezzanotte e 45 in fuga sul vicino Ponte Vespucci, si sta strattonando con una persona, corre terrorizzato e grida continuamente: “Aiuto! Mi vogliono ammazzare!”. Corre e chiede aiuto a tutti, a un tassista, a dei ragazzi che gli danno un breve passaggio. Fino alle 1.21 quando in Borgo San Frediano lo raggiungono due pattuglie dei carabinieri.

“Come gli stessi carabinieri Giovanni Della Porta e Vincenzo Corni raccontano nei loro interrogatori, alle 1.15 sono ancora nel piazzale della caserma Tassi dalla quale usciranno di ‘propria iniziativa’, inserendosi nella conversazione radio delle 1.16 con la prima gazzella che in quel momento si trova su Ponte Vecchio”, continua Matteo Calì.

I militari saltano addosso a Magherini, come confermano i filmati delle persone presenti, che potete vedere qui sopra e nei due servizi in basso, e 29 testimoni. Lo prendono a calci e pugni, mentre grida di dolore tra le proteste per il trattamento brutale dei cittadini dalle finestre e nella strada. Magherini grida tre volte “Sto morendo”, sono probabilmente le ultime parole. Muore poco dopo per infarto. Aveva 39 anni, una moglie e due figli. 

Resta aperta la domanda: perché un uomo in preda al panico muore durante un fermo dopo che ha incontrato i carabinieri a cui chiedeva aiuto e che dovevano aiutarlo?

Speriamo che questa nuova pista, il libro di Matteo Calì e soprattutto il ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo europea di Strasburgo possano rispondere a questa domanda e restituire giustizia a Riccardo e ai suoi familiari.

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Ecco qui sotto tutti i servizi e gli articoli che abbiamo dedicato alla morte di Riccardo Magherini.

 

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