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Minacce della mafia e accuse dei politici: Borrometi, giornalista sotto scorta

Ha dovuto lasciare la sua famiglia e la sua Sicilia, minacciato di morte dalla mafia per le sue inchieste scomode. Ismaele La Vardera ci racconta la storia di Paolo Borrometi, giornalista che deve difendersi anche dalle accusedi un deputato della regione Sicilia, di cui ha parlato nelle sue inchieste

Ismaele La Vardera incontra il giornalista siciliano Paolo Borrometi, sotto scorta per le gravissime minacce di morte della mafia. Minacce che gli arrivano da quando si è occupato degli affari dei clan, soprattutto del Siracusano, e che fioccano in tutti i modi, anche via WhatsApp. 

Tipo: “Gran pezzo di merda, ti dico una cosa così almeno la smetti: ti vengo a cercare fino al culo di tua madre o di tua moglie e ti spacco il culo con le mani, giuro che con due pugni in faccia ti mando all’ospedale. Devo perdere il nome mio se non ti prendo la mandibola e te la metto dietro. Nomina nuovamente mio fratello e ti vengo a cercare fino a casa. E ti massacro”.

A mandargli questo messaggio vocale è il fratello di un noto capomafia di Siracusa, che evidentemente non ha gradito le inchieste di Borrometi sul suo clan.

Il giornalista, oggi anche vice direttore dell’agenzia Agi, cinque anni fa ha già subito una aggressione di stampo mafioso, nella sua casa di campagna a Modica.

“Avevano una sorta di sottocasco completamente nero. Mi presero questo braccio , me lo girarono dietro la schiena tirandolo violentemente, mi diedero dei calci… E poi aggiunsero una frase inequivocabile: “Se non ti fai i cazzi tuoi questa è solo la prima’”.

Paolo, che ha raccontato i traffici dei clan mafiosi della zona, ha “collezionato” oltre 150 denunce per minacce di morte e violenze private, fino anche a ritrovare alcune molotov destinate a lui.

Una battaglia ardua, per questo cronista costretto a fuggire dalla sua famiglia e dalla sua isola, per rifugiarsi a Roma, sotto scorta. Sì perché qualcuno è arrivato addirittura ad accusarlo di avere inventato quelle stesse minacce mafiose, per ottenere “il privilegio” della scorta. Paolo Borrometi non la vede così: “Vivere con cinque uomini ogni giorno e non potere andare al mare, al cinema, non potere avere una vita privata, non potere neanche abbassare il finestrino mentre stai in macchina, ma che privilegio è?”.

La scorta gli è stata assegnata dopo che i carabinieri hanno intercettato la telefonata tra due esponenti delle cosche, che parlavano in modo assolutamente chiaro: “Ogni tanto un morticello serve, per dare una calmata a  tutti gli sbarbatelli…”

Dopo questa intercettazione, Paolo è costretto a spostarsi a Roma e a vivere sotto l’occhio attento di cinque uomini di scorta, lavorando in un ufficio dal quale non può neanche aprire le finestre, blindate.

E, non bastassero le minacce concrete alla sua vita, Paolo Borrometi è anche costretto a fronteggiare anche una lettera di ben 8 deputati regionali siciliani che lo accusano di essersi inventato quelle minacce.

La mente dietro questa la lettera sarebbe l’onorevole Giuseppe Gennuso, che viene spesso citato proprio nelle inchieste giornalistiche di Borrometi.

Ismaele La Vardera va dal presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci, per chiedergli di prendere posizione sulla lettera di alcuni  deputati della sua stessa maggioranza: “Io non sono la badante dei deputati della coalizione. Ognuno risponde ai propri partiti ma soprattutto alla propria coscienza, questa lettera non sta né in cielo né in terra”. 

Un parere sposato anche da Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia: “È certo che le aggressioni che ha subito Borrometi e le conversazioni che sono state intercettate escludono totalmente che Borrometi possa essersi prodotto da solo determinate lesioni”.

Proviamo ad andare proprio da Gennuso, politico e imprenditore siracusano di successo, che come ci racconta un giornalista locale è stato bravissimo a schivare tutta una serie di accuse, anche pesantissime. L’elenco mette letteralmente i brividi: “Omicidio colposo a seguito di incidente stradale, violenza privata e reati contro l’amministrazione della giustizia, lesioni personali , furto, emissione di assegni a vuoto, peculato, detenzione abusiva di armi, appropriazione indebita, truffa aggravata, calunnia”.

Tutte vicende di cui Paolo Borrometi si è più volte occupato, oltre a fare un’altra scoperta incredibile: “Nelle sue società ci sono gli stessi commercialisti delle società del super latitante Matteo Messina Denaro”. Non ci resta che andare proprio da Gennuso, per chiedergli di quelle accuse e soprattutto della lettera contro Paolo Borrometi. Ma Gennuso rilancia: “Io sono una persona corretta, integra, lui mi insulta dicendo sempre le stesse cose. Se è una persona attendibile perché non gli fanno la risonanza magnetica alla spalla per vedere se è davvero menomata? Io non sono né medico né inquirente, io sono la parte offesa. Borrometi quello che dice lo deve dire una sola volta, non ogni settimana , ogni giorno. È una linea persecutoria”.

Dopo aver negato la storia dei commercialisti del capo di Cosa Nostra Messina Denaro, nega anche di avere scritto i passaggi contro Borrometi riportati nella lettera degli 8 deputati regionali, di cui lui è il primo firmatario.

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