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Sergio Bramini, perché è fallito l'imprenditore di Monza?

Quattro giorni fa il Consiglio superiore della magistratura ha scritto che Le Iene hanno rappresentato la vicenda giudiziaria di Bramini “in maniera distorta e faziosa turbando il regolare svolgimento della funzione giudiziaria”. Alessandro De Giuseppe ripercorre la storia di Sergio, per come l’abbiamo sempre vista noi, e prende in considerazione quanto scritto dal Csm

“Tutto quello che ho detto è vero” dice Sergio Bramini, l’imprenditore monzese di cui vi abbiamo raccontato la storia in numerosi servizi di Alessandro De Giuseppe. A più riprese abbiamo riferito di come Bramini sia fallito e abbia pure perso la casa anche perché gli enti pubblici per cui lavorava non lo pagavano.

Quattro giorni fa, però, il Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno dei magistrati italiani, ha scritto che Le Iene hanno rappresentato la vicenda giudiziaria di Bramini “in maniera distorta e faziosa turbando il regolare svolgimento della funzione giudiziaria”. In particolare, ha scritto il Csm, abbiamo “denigrato, offeso e diffamato” il giudice di Monza Simone Romito, che ha firmato il provvedimento di sgombero della casa di Sergio.

In uno stato di diritto, quale quello in cui viviamo, nessuno può mettere in dubbio l’operato del Csm e sicuramente quando abbiamo provato a confrontarci con il giudice siamo stati irruenti. Il fatto è che a volte prendiamo troppo a cuore le persone e le storie che raccontiamo, e questo ci porta anche a sbagliare. Di questo ci scusiamo.

Il Consiglio della magistratura, però, ha anche scritto che abbiamo barato “sia per ciò che è stato detto, sia per ciò che non è stato detto, sia per i modi, allusivi e denigratori, che sono stati utilizzati”. Questo non lo capiamo.

Le cose, per come le abbiamo sempre viste, sono andate così: Sergio aveva un’azienda di raccolta e smaltimento rifiuti, che dagli anni 2000 ha cominciato a non essere pagata dalle amministrazioni pubbliche per cui lavorava.  Essendo la raccolta rifiuti un pubblico servizio che non si può interrompere una volta firmato il contratto, Sergio per andare avanti ha fatto dei debiti, ipotecando anche la casa. Ma dopo sei anni, continuando a non essere pagato, ha dichiarato fallimento, pur avendo un credito nei confronti di enti pubblici di più di 4 milioni di euro. Così, oltre all’azienda, Sergio perde anche la casa.

Al terzo tentativo di sloggio forzato di Bramini da casa sua, si sono presentati anche Luigi Di Maio e Matteo Salvini, entrambi portando avanti la causa dell’imprenditore così come l’abbiamo raccontata noi. Ma la polizia è entrata in azione. E Sergio è stato costretto ad andarsene e la sua casa è finita all’asta.

Il Csm, però, ritiene che le cose non stiano così e che noi e molti altri organi d’informazione e alcuni politici abbiamo raccontato una versione che non ci sembra aderente alla realtà. Dicendo, per esempio, che i debiti della società di Bramini “sopravanzavano di gran lunga l’attivo sociale che si potrebbe riscuotere ove gli enti pubblici coinvolti pagassero i loro debiti”.

“Io l’anno del fallimento ho emesso fatture per 4.233.252, 93 euro. Erano fatture reali e avevo un passivo di 3.841.505, 66. Quindi, se la matematica non è un’opinione, non sussiste questo fatto”. Ma perché allora sostengono che sia così? “È una scelta che ha fatto il curatore”, ci dice l’avvocato di Bramini. “È ovvio che qualora arrivino contestazioni da parte delle pubbliche amministrazioni, il curatore può alla svelta dire ‘per me non è un credito certo’. Ma se si fosse approfondito quei crediti potevano sicuramente essere incassati e portati alla ricchezza del fallimento”. In poche parole, sostiene l’avvocato di Sergio, i crediti c’erano, ma sarebbero stati conteggiati al ribasso per scelta del curatore fallimentare.


“C’è la grave inesattezza del presidente del Tribunale di Monza secondo cui i debiti di Sergio sono di natura personale. Non è così”, spiega il suo avvocato. Il presidente del tribunale di Monza dice anche di aver mandato a Le Iene “due note di chiarimenti in proposito”, ma che di questo “non è stato dato in alcun modo conto”. In realtà tali note sono state, e sono tuttora, pubblicate sul nostro sito dove si possono legger integralmente (clicca qui per leggere uno degli articoli da cui si possono scaricare le note in questione).

“Il 97% del mio fatturato era nei riguardi di enti pubblici, se mi avessero pagato forse sarei ancora a lavorare con i miei operai”, dice Sergio. “Non so se ho esagerato nei miei atteggiamenti. Bisognerebbe mettersi nei miei panni. Trovarsi a 64 anni senza un lavoro, rovinato, col pensiero di dover tirare avanti una famiglia”.

Sicuramente abbiamo passato il limite inseguendo un giudice per strada e sicuramente ci stiamo sbagliando ancora, da qualche parte in questo racconto. Il fatto è che non capiamo dove e per approfondire non possiamo far altro che cercare un confronto con chi ha preso determinate decisioni. Non perché sia dovuto a noi, ma per il pubblico, che in una vicenda di questa rilevanza sociale, ha diritto di sapere. 


Ecco qui sotto gli articoli e i servizi che abbiamo dedicato al caso Bramini.

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