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Base jumping, un altro morto sulle Alpi. Ecco perché “si vola”

L’ultima vittima in Veneto. Noi de Le Iene abbiamo cercato di capire cosa spinge a praticare questo sport estremo, che conta il 10% di morti tra i praticanti. E una risposta l’abbiamo trovata

Il base jumping conta un altro morto. La prima vittima in Veneto del 2018 di questo sport estremo, che consiste nel lanciarsi con una tuta alare e un paracadute da edifici o montagne, riprendendo quasi sempre il tutto, è l’inglese Robert Haggarty 49 anni (sopra, nella foto presa da Facebook, prima di un altro lancio). Si era lanciato, nel Bellunese, da Cima della Busazza, nell'Agordino, a 2.894 metri di quota nel gruppo del Civetta. Si è schiantato meno di 200 metri dopo.

Il 9 ottobre 2016, dopo un’estate che aveva contato tre vittime sulle Alpi (Alexander Polli, Uli Emanuele, Armin Schmieder, morto addirittura in diretta Facebook), abbiamo trasmesso un servizio di Nicolò De Devitiis, chiedendoci: cosa spinge questi pazzi a praticare questo sport così pericoloso? Già, perché c’è anche un sito, Base Fatality List, che conta i morti: nel 2016 su oltre 3.000 praticanti eravamo a 308. In pratica il 10%, uno su dieci. Oggi siamo già a 342.

Abbiamo seguito il lancio di due fidanzati: si baciano prima di lanciarsi, lui riprende il volo spettacolare di lei con una telecamera sul casco. C’è “l’ebbrezza del volo”, certo. “Tante persone che fanno questo sport ci arrivano perché hanno visto riprese video di altri base jumper”, ammette però Alberto una volta atterrato. “E non vedono l’ora di mostrare i propri video online. Senza telecamere volerebbero in maniera più sicura”.

Guarda qui in basso il servizio “Morire di ‘Base jumping’”.

 

L'ultima puntata

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