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Giornata dei desaparecidos: il caso del prete italiano ricercato in Argentina per tortura

Il 30 agosto è la Giornata dei desaparecidos. La celebriamo ricordando il caso di don Franco Reverberi, ricercato da Buenos Aires e che vive tranquillamente in Italia

Oggi 30 agosto è la Giornata internazionale dei desaparecidos che si celebra in tutto il mondo. È stata istituita il 21 dicembre 2010 dalla Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’obiettivo è quello di sensibilizzare l'opinione pubblica sui desaparecidos e sulle attività delle organizzazioni impegnate in questo campo.

I numeri delle sparizioni sono ancora alti se si pensa al solo Messico dal 2007 superano le 25 mila persone. In Siria invece raggiungono le 85 mila mentre in Bosnia ed Erzegovina sono ancora senza un destino oltre 8 mila cittadini.

Queste sparizioni forzate sono state utilizzate come metodo per ridurre al silenzio le voci critiche dei governi incutendo paura nei gruppi sociali più deboli.

Sembrano numeri e realtà a noi lontane, ma un filo rosso ci unisce a quella dei desaparecidos. L’anello di congiunzione si chiama don Franco Reverberi che invece di testimoniare per le torture che sono avvenute in Argentina durante il colpo di Stato è scappato in Italia. E ora è ricercato dall'Interpol.

Per sapere la sua storia bisogna tornare indietro di molti anni come ci ha raccontato il nostro Matteo Viviani nel servizio andato in onda il 4 ottobre 2016. “La maggior parte di vescovi era vicina alla dittatura e al silenzio, ma questo terrorismo di Stato ha ammazzato una generazione” racconta Carlos Cherniak, ministro dell’ambasciata Argentina in Italia. Sono sparite più di 30 mila persone ricordate come desaparecidos. Nel 1983 arriva la democrazia senza un patto coi militari. La dittatura finisce e la gente scende nelle piazze per chiedere verità e giustizia per i figli scomparsi. Viene costituita una commissione di tutte le persone scomparse, così che le vittime potevano fare le denunce. Iniziano i processi e nei tribunali vengono chiamati coloro che sono sopravvissuti alle torture. Dai loro racconti esce un nome: padre Reverberis, un prete italiano. Sono quattro i sopravvissuti alle torture del 1976 nel centro torture di San Rafael in Argentina.

“Sono venuti a casa mia di notte, mi hanno arrestato e trasportato in una gabbia di metallo dove sono stato spogliato e torturato” ricorda uno dei sopravvissuti. “Mi picchiavano le costole con i pugni. Ricordo che c’era un prete di nome faceva Reverberis. Un habitué di queste torture”. Il sacerdote li invitava a collaborare per avere sollievo spirituale. “Ci picchiavano sempre, lui non partecipava ma era lì nella stanza con la Bibbia in mano”.

Il sacerdote viene convocato davanti ai giudici respinge tutte le accuse. “In quegli anni non ero a San Rafael, ci sono arrivato quattro anni dopo. Nessuno mi ha mai parlato di torture e sequestri in quel centro” si è difeso. I giudici indagano formalmente don Franco Reverberi. “Non si presenta e scappa in Italia perché ha la doppia cittadinanza” spiega il ministro Cherniak.

I testimoni aumentano, così come i dettagli inquietanti sulla sua figura. “Mi hanno pestato per quattro ore mettendomi ripetutamente la testa in un secchio d’acqua. Lì ho visto padre Reverberis” dice un altro torturato. “E’ stato presente almeno quattro volte ai pestaggi, ne sono sicuro”.

Gli stessi dettagli sono testimoniati da un altro sopravvissuto. “Vestiva abiti militari e benediva le armi con le quali ci torturava. Un giorno mi ha chiesto da dove venivo. Parlava l’italiano”. Il tribunale argentino invita nuovamente il sacerdote a presentarsi, ma lui invia certificati medici poiché impossibilitato.

Così don Franco diventa a tutti gli effetti un ricercato dell’Interpol. Nel frattempo il sacerdote si rifugia nel suo paese di origine a Sorbolo, dalle parti di Parma. Qui dice messa, dà la comunione e confessa i suoi fedeli. Lo Stato argentino ha richiesto a quello italiano l’estradizione del prete proprio per processarlo e appurare la sua colpevolezza o meno. Ma il nostro Stato respinge la richiesta.

“L’inadempienza dell’Italia nell’adeguarsi agli obblighi della convenzione Onu crea una situazione paradossale come la tortura, che può configurare anche un crimine contro l’umanità per l’ordinamento italiano non è un reato specifico” si legge nella sentenza della Cassazione.

Il nostro Matteo Viviani è andato a parlare direttamente con il sacerdote che di tutta risposta si è chiuso nel confessionale. “Io spero che capisca che al mondo non ci possono essere cittadini di serie A e B davanti alla giustizia. Dobbiamo accettare le regole della Democrazia e anche quelle di Dio” è l’auspicio di Cherniak. Un augurio che è valido anche in questa giornata per ricordare i desaparecidos.

Guarda qui sotto il servizio di Matteo Viviani

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