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Hassan, il siriano costretto a vivere in aeroporto | VIDEO

Bloccato in aeroporto in Malesia da due mesi perché si è rifiutato di far parte di una guerra che non ritiene sua

Hassan Al Kontar è prigioniero dell’aeroporto di Kuala Lumpur, in Malesia, dal 6 marzo. Non ha commesso reati e non è stato condannato. La sua unica colpa è quella di essere siriano, e di avere avuto una serie di vicissitudini che lo hanno portato oggi a dormire sulle poltroncine della sala d’attesa dell’area di transito.

Ma andiamo con ordine. Hassan lavorava negli Emirati dal 2011, nel settore del marketing. E’ stato cacciato dal paese alla fine dell’anno scorso, e ha ottenuto un visto per la Malesia. Dopo tre mesi è scaduto, e con i suoi ultimi risparmi Hassan ha acquistato un volo per l’Ecuador, dove i siriani non hanno bisogno del visto. Ma all’ultimo minuto la Turkish Airline non lo ha fatto salire, senza dargli alcuna spiegazione. E Hassan non può neanche rientrare nel suo paese, la Siria, dove manca da otto anni, perché lì è ricercato per aver disertato la chiamata per il servizio militare. E perché è in corso una guerra “non mia, e non voglio uccidere nessuno”, ha detto.

Così il 36enne Al Kontar si ritrova a vivere in aeroporto da oltre un mese e mezzo, mangiando riso e pollo che viene servito sui voli e facendosi la doccia nei bagni dei viaggiatori. Non dorme più di quattro ore di fila, e quando ci riesce lo fa sentire “bene”. Ha contattato praticamente tutte le organizzazioni internazionali, “Onu, Human Rights Watch, Croce Rossa”, ma non hanno saputo dargli una risposta. “E allora chi me la dovrebbe dare?”, chiede in uno dei video che ha pubblicato su Twitter. “Non sono arrivato fino a questo punto, non ho sofferto per gli ultimi 37 giorni” dice in un video successivo “non ho passato gli ultimi otto anni senza documenti validi solo per ottenere una soluzione temporanea. Sono stufo di questa vita. Ho bisogno di una soluzione permanente grazie alla quale posso stare al sicuro, essere riconosciuto dalla legge e lavorare”.

E così, grazie ai video che ha pubblicato su Twitter dal quinto giorno della sua “prigionia”, vuole far sapere a tutti “cosa significa essere un siriano. Essere solo, debole, indesiderato, rigettato, odiato”. I suoi video sono diventati virali, e Hassan riceve ogni giorno decine di commenti e messaggi. “Vorrei rispondere a tutti voi, ma non riesco, non sempre ho la connessione. Grazie di cuore, mi date la forza per andare avanti. Grazie a voi ora credo nel futuro”. E c’è chi, dopo aver conosciuto la sua storia su internet, lo va a cercare di persona in aeroporto. “Ieri è venuta una coppia dalla Nigeria, sono stato con loro a parlare. So che ora mi stanno guardando, mi ha fatto tanto piacere”, ha detto in un video.

Ed era inevitabile il paragone con Tom Hanks in The Terminal, in cui recita i panni di un cittadino di uno stato immaginario dove avviene un colpo di stato proprio mentre lui è in volo. Quando atterra all’aeroporto di New York, il suo passaporto non vale niente, e lui è costretto a stare lì. Ma nel frattempo si innamora anche di una hostess. “No ragazzi”, dice Hassan rispondendo ai tanti che gli hanno fatto notare la somiglianza di quello che gli sta succedendo con il film, “questa è la realtà. E io non ho Catherine Zeta Jones con me! Fosse qui, rimarrei tutto il tempo che vuole”. La voglia di scherzare non gli è passata, e nei suoi video fa anche gli auguri in diretta a un lavoratore dell’aeroporto, mostra con l’acquolina in bocca una barretta di cioccolata conquistata con fatica, e racconta del suo sogno di avere un “lettone matrimoniale con tanti cuscini”. La storia di Hassan Al Kontar ha fatto il giro del mondo, ma nessuno ha ancora trovato una soluzione per fargli ottenere una protezione internazionale che gli garantisca di poter lavorare e costruirsi una nuova vita. Così lui continua a vivere all’aeroporto di Kuala Lumpur, in Malesia. E forse, suo malgrado, entrerà davvero nel Guinness dei primati.

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