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“Discriminata sul lavoro per la persona con cui vado a letto” | VIDEO

“La mia azienda mi vuole mandare a 300 chilometri di distanza solo perché ho scelto la persona sbagliata di cui innamorarmi”

“Ora perché mi innamoro di una persona che va a lavorare da un’altra parte ci devo rimettere io? Questo è mobbing”. Maria Casaleggio è arrabbiata, rivuole il suo lavoro, quello che aveva prima del 9 marzo scorso, quando si è vista recapitare una lettera dall’azienda per cui lavora, il trasferimento a una filiale che si trova a 300 chilometri di distanza da casa. Il motivo? “Sono legata sentimentalmente a una persona che secondo loro lavora per la concorrenza e quindi potrei fornirgli informazioni delicate”. L’azienda in cui lavora Maria, e dove fino a qualche tempo fa lavorava anche il suo compagno, è la filiale di Pistoia della Marr, società leader nella distribuzione di prodotti alimentari. 

“Mi sembra denigratorio che io sia accusata di una cosa del genere per la persona con cui vado a letto”. Ora il compagno di Maria lavora effettivamente per una società che potrebbe rappresentare la concorrenza, ma quando la dipendente Marr si è vista recapitare la lettera, “non lavorava per nessuna azienda”. Maria decide di opporsi alla richiesta di trasferimento: “io sono madre di due figli, di cui sono l’unico genitore affidatario e uno dei due è portatore di handicap, come faccio ad andare alla sede di Roma?”. E, oltre all’aspetto pratico, c’è quella che Maria chiama una “vera e proprio ingiustizia”. 

“Il giudice del lavoro di Pistoia mi ha dato completamente ragione. Ha stabilito che siccome sono un’impiegata di quarto livello non ho a che fare con dati di tutta questa importanza e quindi posso continuare a svolgere il mio lavoro, nella mia sede di lavoro originale, nella mia stessa mansione”.

Di fatto, la sentenza di primo grado ha stabilito che la Marr non ha dimostrato l’esistenza di comportamenti anche passati della dipendente tali da far ritenere concreto il pericolo che la stessa riferisca informazioni riservate al compagno e ha sospeso il trasferimento di Maria, disponendo il suo reintegro nella sede lavorativa precedente. Ma la sentenza è stata impugnata dalla Marr e l’odissea di Maria non è ancora finita. “Quando sono rientrata a lavoro ho trovato la mia scrivania occupata da un’altra persona e i miei effetti personali non c’erano più”. Così, si sposta di scrivania, ma lavorare le sembra impossibile: “non avevo gli accessi del computer e dall’assistenza mi hanno detto che per fornirmeli dovevano avere l’autorizzazione del direttore di filiale”. Anche accedere alle email è un problema, racconta Maria: “il mio account era stato cancellato”. Ma, secondo Maria, il peggio deve ancora venire: “il direttore di filiale mi chiama nel suo ufficio, dove vado con due colleghi. Mi vuole consegnare una lettera, questa volta di trasferta, sempre nella filiale di Roma. Non l’ho accettata”. Maria non regge più ed è presa da un attacco di panico, il secondo dopo la lettera di marzo, e viene portata via in ambulanza.

Per comprendere la posizione della Marr rispetto alle accuse di Maria Casaleggio e conoscere le motivazioni del tentato trasferimento, abbiamo provato ad interpellare il direttore delle risorse umane della società, Stefano Rinaldi, che ci ha risposto che “attualmente è in corso un procedimento giudiziario e che pertanto evitiamo di fare commenti per rispetto dell'iter processuale”. Da parte nostra rinnoviamo l’invito alla Marr a chiarirci la sua posizione e a trovare una soluzione che vada incontro anche alle esigenze personali e professionali della loro dipendente. 

Ora Maria si trova in congedo per malattia e non sa ancora quando sarà in grado di tornare a lavoro. Una cosa è certa: “Se dovessero consegnarmi di nuovo una lettera di trasferta o trasferimento mi opporrò. Io non chiedo altro che riavere il mio lavoro, ne ho diritto: l’ho fatto diligentemente per undici anni. Non ho fatto niente di male”.

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