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News | di Matteo Gamba |

Pedofilia, Gabriela: “Io, abusata da mio zio dai 4 ai 10 anni”

Dopo il servizio di domenica sugli abusi subiti da un uomo, Gabriela ci ha scritto. Ne è nata una lunga, dolorosa intervista telefonica  

Domenica 6 maggio, ore 22.27: finisce in onda il servizio “Un’infanzia segnata da abusi terribili” di Nadia Toffa in cui Marco racconta le violenze sessuali subite da bambino dallo zio, dal fratello e dal prete.

Ore 22.53: Gabriela ci scrive a redazioneiene@mediaset.it : ”Sono qua sdraiata sul mio tappeto, vi seguivo, a un tratto vedo un servizio su un signore che subito abusi da piccolo… e per un attimo mi è mancata l’aria. In un secondo ho visto la mia vita nella sua storia”.

La sua storia, ci scrive, è quella di una donna che sente che la sua vita si è fermata trent’anni fa, quando “mio zio ha iniziato ad abusare di me, avevo 4 anni: ha continuato fino a quando ne avevo 10”.

Il giorno dopo abbiamo contattato Gabriela (il nome è di fantasia e la foto che vedete sopra è tratta da una campagna contro la pedofilia, perché la donna preferisce restare nell’anonimato). Ne è nata questa difficile intervista telefonica durata tre giorni. Difficile per Gabriela, che l’ha spesso interrotta perché le lacrime la bloccavano ma che l’ha sempre ripresa perché spera che raccontare anche la sua storia possa “aiutare le altre vittime a non sentirsi sole e soli e ad avere una vita diversa”.

Gabriela è una bellissima donna brasiliana di 35 anni che vive in Italia da 15. E che lotta perfino contro il suo corpo, da quando dopo la nascita del suo secondo figlio quei ricordi, a lungo sepolti, sono riemersi come un fiume in piena: “Mi sono fatta anche ridurre il seno per farmi notare meno, anche un complimento per me è una violenza. Non voglio che nessuno mi noti, che nessuno mi desideri. Esco pochissimo apposta. Perché, sì, la mia vita è finita trent’anni fa. Non riesco nemmeno ad avere più rapporti con gli uomini, li odio. Non voglio che mi tocchino. Lo faccio solo pochissime volte con il mio compagno con cui vivo da 10 anni. Lo faccio perché è un ragazzo d’oro che amo: mi ha salvato la mia vita”.

La vita per Gabriela si è fermata, nonostante tentativi di cura con psicologi e psicofarmaci, a quando suo zio a 4 anni ha iniziato a portarla nel bosco. La madre era fuggita da un matrimonio forzato con un uomo anziano e l’aveva lasciata dai nonni, in un paesino dell’Amazzonia. Il fratello di sua madre, che allora aveva poco più di vent’anni, fin dalle prime “gite nella giungla" ha iniziato ad abusare di lei. “Diceva che erano giochi, ma che non dovevo dire niente a nessuno. Mi toccava e soprattutto si faceva toccare nelle parti intime”. Qui Gabriela si interrompe piangendo. Non insistiamo.

Si fa risentire lei dopo un giorno. Vuole continuare a parlare e vuole ripartire proprio da quegli abusi che l'avevano di nuovo bloccata: “Abusava di me ogni volta che voleva, lo faceva almeno una volta alla settimana. Io a 4 anni non capivo nulla di quello accadeva, ma non mi piaceva, mi faceva schifo. Si è risparmiato solo la penetrazione perché credo che mi avrebbe ucciso. A 5 anni ho tentato il suicidio, ingoiando un mucchio di pasticche che trovai in cucina. Erano le medicine per il cuore di mio nonno. Mi ricoverarono per 15 giorni, in ospedale ero felice, mi sentivo protetta, perché in quel periodo lui non poteva portarmi nel bosco. Me lo ricordo benissimo, perché purtroppo ora ricordo tutto, fin dall’inizio”.

Come ha fermato quella tortura? “Ci ho messo sei anni. Prima ho raccontato tutto a mia nonna, che mi ha detto di stare zitta: ‘Non si dicono queste cose, è una vergogna, non devi mai raccontare queste cose a nessuno, ti sei immaginata tutto!’. Mi sono presa anche una sculacciata. È incredibile: è più o meno quello che hanno detto a Marco, il protagonista del vostro servizio. Mi sono immedesimata nella sua storia, con la rimozione dei ricordi fino a poco tempo fa, la depressione, il fatto di non poter denunciare nulla ora, il suo pianto, e soprattutto con il fatto che non è stato creduto e aiutato. Dall’altra parte del mondo, in tempi diversi, usano le stesse parole, gli stessi meccanismi: ripeto, è incredibile”.

Lacrime, tante, poi  Gabriela si riprende, insiste per continuare a parlare: “Mio zio intanto ha continuato tranquillamente. A dieci anni gli ho detto più volte di smettere. Un giorno gli gridai “Basta!”. Lui mi ha legata a un albero con le mani appese a un ramo e mi ha frustata. Lì ho capito che l’unica soluzione era scappare”.

Gabriela fugge. Raggiunge la madre, con cui non è mai riuscita però a recuperare un vero rapporto. Non riesce nemmeno a raccontarle gli abusi subiti: “In vita nostra non ci siamo mai nemmeno abbracciate”. A 14 anni si sposa e ha un figlio. A 20 è costretta di nuovo a fuggire dal marito violento che la picchia. Arriva in Italia e alla fine, dieci anni fa, incontra l’amore della sua vita, da cui dopo quattro anni fa ha un secondo figlio.

Lieto fine? Macché, la vita picchia ancora più duro. “Una settimana dopo il parto, il momento più bello della mia vita, le violenze che ho subito da piccola sono tornate a perseguitarmi, vivissime come se stessero succedendo in quel momento. Ero riuscita a seppellirle, rimuoverle: sono riemerse. Sono come flash. Rivedo e risento tutto, le immagini e non solo. Di notte le sogno, di giorno mi accompagnano nei momenti più impensati. Da allora sono in una depressione profonda che alterno ad attacchi di panico continui. Ho pensato anche di nuovo di ammazzarmi. Non è vita questa, sono già morta dentro”.

Le consigliamo di tornare alle cure psicologiche. Gabriela si riprende da una lunga pausa e promette di farlo: “Lo devo ai miei figli, al mio amore, e sì, hai ragione, lo devo anche a me stessa”.

Marco, nel servizio di Nadia Toffa, voleva almeno le scuse di chi ha abusato di lui. “Io delle scuse non me farei niente. Non avrei potuto denunciarlo a quei tempi in Brasile e ora è troppo tardi. Chi può, lo faccia. E state sempre attenti, tutti, a ogni segnale strano che arriva dai bambini. Ascoltateli, verificando dopo se c’è qualcosa di cui preoccuparsi. Io non sono stata né ascoltata né creduta e ho avuto in cambio una vita rovinata, mutilata. Ma quali scuse da mio zio! Che Dio mi perdoni ma solo una malattia che lo faccia morire dopo una lunga sofferenza potrebbe darmi l’idea di una giustizia”.

Guarda qui sotto il servizio di domenica scorsa "Pedofilia, un'infanzia segnata dagli abusi".

Sale il bilancio delle vittime mentre si celebrano i funerali di Stato, rifiutati da venti famiglie. Una testimone diretta racconta il crollo del ponte. Ed emerge un incontro di 27 giorni fa che evidenziava criticità e prometteva interventi proprio sui cavi, prima ipotesi di lavoro come causa della tragedia. “Chiesti invano controlli 24 ore su 24”

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