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Pillola abortiva, Silvio Viale sotto processo dall'Ordine dei Medici

Il medico Silvio Viale si era fatto fotografare per i suoi manifesti elettorali con camice bianco e pillole abortive

Silvio Viale è finito sotto processo dell’Ordine dei Medici. Il ginecologo radicale, noto per le sue battaglie pro aborto, nel 2016 aveva posato nei suoi manifesti per la campagna elettorale con il camice bianco e le scatole delle pillole abortive RU486. E ora rischia una sanzione.

“Quelle foto hanno provocato reazioni sui social, non di certo perché indossavo il camice da medico, bensì perché tenevo in mano la RU486”, commenta Viale. “Ho ricevuto un sacco di messaggi di protesta da parte di esponenti e simpatizzanti dei movimenti anti-abortisti. E un paio sono finite all’Ordine”. Da qui è partito l’iter che gli contesta la pubblicità del farmaco e l’aver abusato dello status di medico. Il processo è tuttora in corso, e Viale è stato audito sabato scorso. Nell’attesa del verdetto non mancano dimostrazioni di vicinanza al medico con presidi e manifestazioni.

“Già in passato avevo avuto un avvertimento dall’Ordine, quando prescrivevo la ricetta per la pillola del giorno dopo. Secondo l’Ordine era indecoroso” spiega Viale. “Due anni più tardi però è stato abolito l’obbligo della ricetta per la pillola del giorno dopo, per cui la donna può andare direttamente in farmacia senza più il bisogno di visite e colloqui. Sto ancora aspettando che l’Ordine ritiri l’avvertimento che mi fece all’epoca”.

Secondo Silvio Viale la pillola RU486 è diventata il simbolo della lotta all’aborto, in un paese come l’Italia dove “siamo arrivati con 20 anni di ritardo all’aborto farmacologico. Lo stesso Ordine dei Medici non si è mai pronunciato sulla RU486, neppure sui tre giorni di ricovero obbligatori per la donna che non rispettiamo e non facciamo. Io sono quattro anni che in ospedale applico il day hospital nonostante una circolare contraria del Ministero”. 

Viale è responsabile dell’interruzione volontaria di gravidanza dell’ospedale Sant’Anna di Torino, il più grande d’Italia, che pratica oltre 3000 aborti l’anno, con un servizio attivo cinque giorni su cinque. Copre il 90% degli aborti che vengono fatti a Torino, i tre quarti della provincia e la metà della regione Piemonte. Qui la legge 194 funziona. “Bisognerebbe aprire dei centri per l’aborto, dove le donne che decidono di interrompere la gravidanza non devono stare fianco a fianco con le donne che stanno per partorire. Ma purtroppo non c’è la volontà politica di farlo”.

Sono 1500 i medici in Italia disposti a fare aborti, più che nel Regno Unito, quindi per Silvio Viale “l’obiezione di coscienza non è un problema”.

Se da una parte le donne straniere hanno un tasso di aborto doppio rispetto alle italiane, “con il passare del tempo della loro permanenza in Italia il numero di aborti diminuisce”, precisa il medico. “E oggi siamo a 80mila annui” spiega. “In Italia una donna fa in media 1,3 figli, una su tre farà un aborto e una su quattro o cinque lo farà spontaneo”.

La situazione Oltralpe è diversa, basti pensare alla Francia dove secondo i dati statistici una donna fa quasi due figli, ma il doppio degli aborti volontari. “L’Italia è un paese che fa pochi figli, pochi aborti e c’è anche poca contraccezione”, costata Viale. “Evidentemente le donne hanno scoperto il metodo per non rimanere incinta o si fa molto meno sesso di quello che si racconta”.

In questi anni il ginecologo è stato attaccato per le sue battaglie pro aborto. “Per parlare ci vuole un test di gravidanza in mano che non ti aspetti, o una diagnosi di un feto malato. Avere l’aborto legale risolve molti problemi piuttosto che ostacolarlo, vietarlo o peggio costringere le donne alla clandestinità come un tempo”, sottolinea Viale. “L’emancipazione delle donne è un’emancipazione riproduttiva, e l’aborto ha migliorato la condizione femminile”.

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