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L'Antimafia di Palermo a processo: il cerchio magico intorno a Silvana Saguto

Matteo Viviani e Riccardo Spagnoli tornano a occuparsi della Sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo e della sua presidente: Silvana Saguto. Nel servizio si ricostruiscono i “tentacoli” del cosiddetto “cerchio magico” che secondo la procura di Caltanissetta sarebbe gravitato intorno alla ex giudice

Con riferimento al servizio trasmesso in data 22 dicembre 2019 ed intitolato “Processo antimafia: il cerchio magico di Silvana Saguto”, si precisa che l’avvocato Mariangela Pantò è stata erroneamente indicata come imputata nell’ambito del processo pendente presso il Tribunale di Caltanissetta a carico della ex Giudice Silvana Saguto ed altri soggetti. Non risulta, invece, un coinvolgimento processuale dell’avvocato Pantò. Si è pertanto trattato di un errore incolpevole per il quale porgiamo le nostre scuse.

“Quando il tribunale mi condannerà lei avrà modo di dispiacersi, se non mi dovesse condannare lei dovrebbe solo pensare a scusarsi”. A parlare con Matteo Viviani è Silvana Saguto, l’ex presidente della Sezione Misure di Prevenzione antimafia del tribunale di Palermo. Della sua storia e del processo a suo carico al tribunale di Caltanissetta noi de Le Iene ci siamo occupati diverse volte, come potete vedere nei servizi in fondo a questo articolo.

Adesso con Matteo Viviani e Riccardo Spagnoli tentiamo di ricostruire quelli che sembrano essere i “tentacoli” del cerchio magico che, secondo la procura nissena, sarebbe gravitato intorno alla ex giudice. “È crollato un intero sistema”, ci dice la giornalista dell'AdnKronos Elvira Terranova. “Questo famoso ‘cerchio magico’ faceva parte di un sistema molto più grande, perché riguardava moltissimi magistrati e persone a loro legate”. Una rete fittissima che per anni, secondo la procura, si sarebbe scambiata favori traendo presunti vantaggi più o meno consistenti dagli incarichi assegnati nei sequestri di prevenzione che arrivavano dal tribunale guidato dalla Saguto.

Quali sono gli indizi che hanno spinto la procura di Caltanissetta a indagare sulla sezione presieduta dalla giudice? Esisteva davvero il cerchio magico intorno alla Saguto? E se sì, cosa avrebbero fatto i suoi componenti per finire a processo?

Questa storia inizia quasi per caso: “L’indagine nasce nel 2015”, ci ricorda Elvira Terranova. “La procura di Caltanissetta stava facendo un’inchiesta su una concessionaria di auto a Gela. A un certo punto spunta fuori un’intercettazione in cui si parla di una ipotesi di una estorsione”. L’indagine all’inizio non ha nulla a che vedere con Silvana Saguto: si stava infatti indagando su una sorta di tangente che sarebbe stata richiesta dal responsabile di una concessionaria per ogni auto venduta. Approfondendo le indagini gli inquirenti identificano la concessionaria nella ‘Nuova sport car’, “una grossa concessionaria di auto della famiglia Rappa”, spiega Terranova. “In quell’istante però è sotto amministrazione giudiziaria perché era stata sequestrata”.

La concessionaria faceva parte di un patrimonio, stimato in oltre 800 milioni di euro e oggi quasi interamente restituito ai legittimi proprietari, che era stato sequestrato nel marzo del 2014 proprio dal Tribunale presieduto da Silvana Saguto. Questi beni erano stati affidati a un giovane avvocato di Palermo, Walter Virga, figlio dell’ex membro del Consiglio superiore della magistratura Tommaso Virga. Quest’ultimo è stato inizialmente coinvolto nell’inchiesta di Caltanissetta con l’accusa di abuso d’ufficio ed è stato assolto perché “il fatto non sussiste”.

Questo triangolo di amicizie intorno all’amministrazione giudiziaria di cui faceva parte la Nuova sport car sembra non convincere gli inquirenti, che continuano a intercettare gli uffici di Walter Virga. “Vengono fuori una serie di rapporti che vengono considerati anomali”, ci dice Elvira Terranova. Ad esempio quello con Mariangela Pantò, fidanzata con uno dei figli di Silvana Saguto e coinvolta nelle attività dello studio di Virga. È indagando su questi rapporti che sembrano emergere i primi indizi che porteranno poi una degli esponenti dell'Antimafia di Palermo a processo.

A fine maggio del 2015 il servizio su Cappellano Seminara, e stando alle intercettazioni quelli che oggi sono gli imputati più importanti del processo a Caltanissetta sembrano essere nervosi. Apparentemente il primo passo falso lo fa proprio Walter Virga, che discute al telefono con il padre dei rapporti con la nuora della Saguto: “Si chiude, si chiude”, gli consiglia il papà. Il giovane avvocato accetta il consiglio e chiude subito quella collaborazione.

Lui la pagherà carissima questa cosa, per quello che mi riguarda”, dice la Saguto al telefono. Anche Walter Virga si sfoga, parlando con i colleghi dello studio: “Lei fa parte di un sistema… ma parliamoci chiaro, perché era Provenzano a prendere gli incarichi?”, dice mentre la Guardia di finanza sta ascoltando tutto. Il giovane avvocato parla di un sistema e tira in ballo una persona di cui vi abbiamo parlato nei precedenti servizi: il professor Carmelo Provenzano, uomo di fiducia della Saguto. Walter Virga ci va giù pesante: “Provenzano prende gli incarichi perché il figlio (della Saguto, ndr) aveva il problema delle materie che doveva passare…”.

Il professore infatti a quei tempi non lavorava solo nelle amministrazioni giudiziarie, ma, stando alle tesi degli inquirenti, stava anche aiutando il figlio della Saguto a laurearsi. Nelle sue parole Virga sembra implicare che fosse quello il suo mezzo di scambio con la giudice. “Noi invece avevamo risolto il problema alla nuora, che era tranquilla. Abbiamo pagato il pizzo che dovevamo pagare e abbiamo avuto quell’incarico”. Per Virga sembra che avere in studio la nuora di Silvana Saguto sia come pagare una sorte di pizzo. Una idea, ovviamente da dimostrare, che sembra essere condivisa anche dai suoi soci: “La chiamavamo ‘La Tassa’”. Ovviamente tra il giovane Virga e la giudice Saguto in quel momento c’era tensione, e la tensione potrebbe portare a dire cose esagerate.

Matteo Viviani è andato a parlare con Claudia Rosini, magistrato con un lungo curriculum di lotta alla criminalità organizzata e in quel periodo collega di Silvana Saguto alle Misure preventive. “La Saguto era una icona della lotta alla mafia”, ci dice. Quella immagine però inizia a essere messa in discussione dagli attacchi provenienti da Telejato e Pino Maniaci. “Non era una campagna basata su suggestioni”, ricorda il magistrato Claudia Rosini. “Erano precisi, si facevano nomi e cognomi, si parlava insistentemente dell’avvocato Seminara”. Nonostante questo sembra che la reazione negli uffici del Tribunale fosse quasi nulla. “Nessuno diceva una parola, non c’era una risposta”, ci dice Rosini. “C’era un clima di sospetto”.

Con il passare del tempo escono sempre più notizie e la questione inizia ad assumere una dimensione nazionale. Il silenzio del Tribunale però sembrava continuare imperterrito. La Saguto parlava di quegli attacchi, per esempio al telefono con il figlio. È l’8 luglio del 2015, la nuora della giudice è già stata allontanata dallo studio di Virga. Dopo aver spiegato la situazione, aggiunge: “Io non gliela posso passare. Come gliela faccio pagare, non si deve presentare non si deve far vedere. Non si buttano a mare le persone, si rischia insieme”. La Saguto ovviamente era sotto pressione e la sua reazione potrebbe essere dovuta alla sorpresa di essersi sentita ‘abbandonata’ dal figlio di un collega a cui lei stessa aveva affidato patrimoni enormi.

Al telefono con Cappellano Seminara, comunque, sembra la giudice non avesse una grande stima di Walter Virga. È a questo punto che i finanzieri, ascoltando le conversazioni che avvengono nello studio della Saguto, inquadrano un altro rapporto particolare: quello con il tenente colonnello Rosolino Nasca della Dia, con il quale si sfoga dopo il licenziamento della nuora: “Lui si spaventa se Le Iene gli fanno un agguato, con quello che abbiamo fatto per lui”, dice la giudice all’ufficiale. Lui risponde: “Un incapace, una cosa inutile, una mezza sega”, dice di Walter Virga. Il tenente colonnello dice di essere intervenuto più volte nelle amministrazioni giudiziarie gestite da Virga.  

I due a questo punto cambiano completamente discorso e Nasca informa la Saguto di aver concluso le indagini su un grosso patrimonio che la Dia, la Divisione investigativa antimafia, sospetta essere di provenienza illecita. Sta quindi preparando le carte per il sequestro di prevenzione da proporle. “Io vorrei farlo l’1 o il 2 luglio, va bene”, dice l’ufficiale alla giudice. “Perfetto, lo faccio”, replica lei.

Sebbene sia normale che Dia e Misure di prevenzione collaborino, secondo gli inquirenti il rapporto tra il tenente colonnello Nasca e la giudice Saguto sarebbe andato ben oltre. “Un rapporto corruttivo”. “Nasca chiede alla Saguto di nominare un suo amico per una amministrazione giudiziaria molto importante”, ci ricorda la giornalista Elvira Terranova. “In cambio la giudice avrebbe potuto inserire in maniera occulta il marito e la nuora”. Una trattativa documentata passo dopo passo partendo da un discorso ambiguo fatto dal tenente colonnello dentro l’ufficio della Saguto.

Tuo marito non c’entrerà per niente, ok?”, dice Nasca alla giudice. “Tranquilla e ti dico io come fare. Non comparirà da nessuna parte”. Il presunto patto sarebbe stato questo: se lei avesse nominato come amministratore giudiziario chi le veniva suggerito, il marito e la nuora avrebbero potuto lavorare in quel sequestro senza figurare ufficialmente. “Le promesse di Nasca erano serie e Silvana Saguto lo sapeva bene”, scrive la Finanza. E il giorno dopo la conversazione tra i due, l’amico del tenente colonnello si presenta dalla giudice. Il dottor Giuseppe Rizzo, che non è imputato nel processo di Caltanissetta, secondo la Finanza era “uno strumento inconsapevole o non del tutto consapevole nelle mani del funzionario della Dia. Il loro rapporto era quello tra servo e padrone”.

Alla fine il dottor Rizzo riceve l’incarico dalla Saguto. Dalla conversazione tra i due, che potete ascoltare nel servizio qui sopra, sembra però che la giudice non sappia molto di cosa stia per essere affidato in amministrazione. Dopo Rizzo torna nell’ufficio della Saguto l’ufficiale della Dia che sembra prometterle di sistemare in futuro anche un figlio della giudice, Francesco. Dieci giorni dopo la presunta trattativa tra la giudice Saguto e il tenente colonnello Nasca, l’8 luglio del 2015, viene annunciato il sequestro che è uno dei più grandi della storia italiana: un patrimonio stimato in 1,6 miliardi di euro. Il giorno dopo il sequestro, però, la giudice non sembra entusiasta dell’incarico appena conferito: parlando con Cappellano Seminara chiama il dottor Rizzo “un cretino”. “È nessuno, io gli dovrò organizzare il lavoro”, dice la Saguto.

Il sequestro record attira sul Tribunale un’attenzione mediatica enorme, e la Saguto sembra in qualche modo preoccupata di questo. Così sembra decidere di fare un passo indietro rispetto al presunto accordo stretto con Nasca: “Quella cosa per adesso non si deve fare”, dice la giudice all’ufficiale, riferendosi al presunto lavoro occulto del marito all’interno dell’amministrazione giudiziaria. Nasca a questo punto sembra concordare con lei. Resta così in sospeso la questione dell’amministratore Rizzo, di cui la Saguto come abbiamo visto sembra non nutrire una grande stima.

È a questo punto che ricompare il personaggio di Carmelo Provenzano, professore, uomo di fiducia della Saguto e che oggi è imputato per associazione a delinquere, corruzione, falso ideologico e materiale. “Rizzo è una nomina folle”, dice la giudice a Provenzano. “Due sono le cose, o si dimette o si dimette di fatto, nel senso che si prende alcune società e sta di là, ma non mi deve fare più niente, io non devo vedere istanze firmate da lui”. Il professore a questo punto si propone: “Se per te va bene mi prendo la direzione strategica e la consulenza di là”, dice alla giudice che accetta di buon grado. La Saguto, nonostante l’apparente contrarietà di alcuni giudici della sezione, qualche giorno dopo richiama il professore facendogli scegliere il ruolo da ricoprire.

A questo punto, secondo i finanzieri, Provenzano sarebbe diventato per la Saguto “una fonte di approvvigionamento da cui drenare risorse economiche” e a cui poter raccomandare assunzioni, come quella della cugina di Cappellano Seminara o di un amico del figlio Elio. Non solo, quello tra i due sarebbe stato un rapporto di scambi di favore reciproco. Il professore, in circa due anni e mezzo, avrebbe ottenuto liquidazioni dirette a lui o ai suoi familiari per un valore di quasi 700 mila euro.

Carmelo Provenzano, nelle amministrazioni giudiziarie in cui veniva inserito, avrebbe a sua volta fatto assumere con l’avvallo della giudice Saguto, che si sarebbe limitata a sottoscrivere le nomine, anche: due nipoti, il cognato, la cognata, suo cugino, sua moglie, suo fratello e i due cugini di sua moglie. Gente che, secondo l’accusa, sarebbe stata pagata con i soldi delle amministrazioni giudiziarie per incarichi che spesso si rivelavano schermi vuoti di contenuto idonei esclusivamente a giustificare esborsi di denaro pur in assenza delle prestazioni.

C’è una cosa che ancora non vi abbiamo raccontato: “Secondo l’accusa Carmelo Provenzano avrebbe ricevuto delle amministrazioni giudiziarie ma avrebbe anche fatto la tesi di laurea del figlio di Silvana Saguto”, ricorda la giornalista Elvira Terranova. Tesi della quale Provenzano avrebbe terminato la stesura pochi giorni prima di ricevere la nomina di coauditore nel sequestro miliardario. Sia la giudice che il professore hanno negato a processo che questo sia mai avvenuto, anche se alcune conversazioni che potete ascoltare nel servizio qui sopra sembrano mostrare una differente versione dei fatti.

“Il problema è che tutto questo veniva considerato normale”, ci dice Elvira Terranova. “In aula la Saguto punta su questo, lei dice: ‘non era vietato, funzionava così e non ero l’unica a farlo’”. Infatti poco tempo fa la ormai ex giudice ha spiazzato tutti con le sue dichiarazioni spontanee in aula. “Io ho portato questo librettino, perché tutti noi giudici avevamo una scatoletta dove c’erano i bigliettini dei vari amministratori che si proponevano e venivano proposti”, ha detto Silvana Saguto. Ma non solo: “Su ogni bigliettino, per quasi tutti c’è scritto chi me li ha segnalati”. Poi aggiunge: “Io credo che tutti noi nominiamo periti o consulenti sulla base della fiducia, non certo sulla base di un elenco che vada, chessò, in ordine alfabetico o in relazione alle competenze”.

Non c’era una legge che lo vietasse”, chiarisce Elvira Terranova. “Adesso le cose sono cambiate”. L’esempio perfetto di questo sistema descritto dalla Saguto è rappresentabile tramite una serie di intercettazioni tra la giudice e l’allora prefetto di Palermo, Francesca Cannizzo, anche lei oggi imputata. Potete ascoltare gli scambi tra le due nel servizio qui sopra.

A questo punto Matteo Viviani va a parlare con Silvana Saguto. Prima però, vi dobbiamo raccontare di un’ultima intercettazione. La giudice sta parlando con un suo collega e di punto in bianco dice: “Conosco tutto, tutto quello che è stato. Io lo so chi glieli intesta i beni a Brusca perché io Brusca so tutto quello che faceva”. La Saguto sembra riferirsi a Giovanni Brusca, membro di rilievo di Cosa nostra condannato per oltre un centinaio di omicidi tra cui quello di Giovanni Falcone. Stando a quanto sembra intendere la giudice, Brusca nonostante sia in galera avrebbe ancora un patrimonio che non gli è stato sequestrato e di cui lei saprebbe molte cose.

“Quindi appena Brusca sgarra e io trovo un bene intestato a un suo parente io già so che è suo”, dice la Saguto. Queste informazioni però, sempre stando a quello che lei dice, per non rischiare se le vorrebbe tenere per sé. “Io non è che mi voglio fare sparare. Non lo posso andare a dire al sostituto procuratore ‘Brusca c’ha mezza Piana (degli Albanesi) e gli avete sequestrato una cosa sola’”. E anche l’allora prefetto Francesca Cannizzo sembrerebbe essere d’accordo con lei: “Il prefetto mi ha detto ‘ma tu proprio per forza ti devi far sparare?’. Quindi che cosa ce ne dobbiamo fare di Brusca?”. Chiaramente ci auguriamo che queste frasi siano frutto di una ‘sparata’, perché immaginare un magistrato antimafia che terrebbe nascoste informazioni utili a far sequestrare i beni di un boss pluriomicida sarebbe inaccettabile.

“Io il processo lo faccio in Tribunale. Se avrò voglia di parlare con Le Iene ve lo farò sapere”, ha detto Silvana Saguto a Matteo Viviani. “Esiste anche per i giudici la presunzione di innocenza”. Sulle frasi su Giovanni Brusca ha detto alla Iena di aver “mandato gli atti alla Procura per queste cose. Questo era ironico”. E noi ovviamente speriamo che sia davvero così.

Di questa faccenda però ne parla anche in un’altra telefonata, con Cappellano Seminara: “Io per esempio so un sacco di cose che riguardano Brusca a Piana (degli Albanesi). Tu mi credi che io non gliele vado a raccontare perché questi fanno uscire che l’ho detto io, sicuramente. Sta finendo la pena, altri due giorni e questo va girando e per giunta si è tenuto il patrimonio. È sicuro che se io gli vado a dire: ‘guarda questo negozio è suo, questa cosa è sua, questa casa è sua’ quelli glielo andranno a dire. Siccome io ne ho pochi di nemici mi manca Brusca che sa che io gli vado a dire le cose e gliele vado a fare pigliare, ammesso che le piglino! Perché certo, Brusca non è uno ‘così’, è uno brutto che ce l’ha con me in maniera proprio dichiarata, peraltro. Come io ce l’ho con lui in maniera dichiarata perché non posso tollerare quello che ha fatto e com’è trattato. Io mi tengo quello che so e basta, tanto ne ha tante cose Brusca quelle altre quattro in più che c’ho io di Piana (degli Albanesi) pazienza… Mi tengo quello che mi tengo, sono stanca però”.

Questo era ironico”, risponde Silvana Saguto a Matteo Viviani. E ripetiamo, noi ci auguriamo che sia davvero così. Sulla laurea del figlio, invece, la ormai ex giudice nega categoricamente che Provenzano gli abbia fatto avere il titolo. Secondo lei il professore avrebbe però pagato la festa come regalo al figlio. Poi aggiunge: “Ma lei se l’è chiesto il perché quelli che avrebbero ricevuto i cosiddetti ‘favori’ da me non sono imputati? Io tre volte sono stata giudicata da un Tribunale e sono stata assolta. Mi sono comportata meglio di come dovevo comportarmi”. “I fatti che mi vengono contestati non sono veri, sono frutto della travisazione e delle omissioni che ha fatto la Finanza per ottenere di far finire un’era alle Misure di prevenzione che aveva portato fino al sequestro dell’Eni”.

Potete sentire l’intero scambio di battute tra Silvana Saguto e Matteo Viviani nel servizio qui sopra.

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