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Diserbante cancerogeno? "Bayer risarcisca 80 milioni a un malato"

Sotto accusa il famigerato “glifosato”, il killer che avrebbe ucciso il giardiniere argentino Fabian Tommasi, che avevamo intervistato nel 2018 con Gaetano Pecoraro

Ottanta milioni di dollari di risarcimento a un californiano, ammalatosi di cancro per la sua esposizione a un diserbante. È la “mazzata” che una giuria statunitense ha deciso per la Bayer, il colosso chimico e farmaceutico tedesco che ha recentemente acquisito la statunitense Monsanto. 

I giudici hanno stabilito che l’esposizione al diserbante Roundup è “fattore sostanziale” per il linfoma non-Hodgkin contratto da Edwin Hardeman. La Monsanto, si è sostenuto, non avrebbe testato correttamente il prodotto né avvertito dei rischi i consumatori. E dunque adesso a Bayer, che possiede Monsanto, tocca pagare.

Ma probabilmente non sarà l’ultima causa, perché contro il diserbante Roundup è stata lanciata una class action da parte di oltre 11mila agricoltori e giardinieri. Sotto accusa è il componente principale di quel diserbante, il famigerato “glifosato”.

Un nome già tristemente noto al pubblico de Le Iene, perché vi avevamo raccontato con Gaetano Pecoraro la drammatica battaglia di Fabian Tomasi, che era stato a contatto con la sostanza durante gli anni di lavoro in una fattoria argentina.

Fabian, che è morto a 53 anni poco tempo fa, ci aveva raccontato: “Tutto è iniziato con questo problema alle dita: le mani sono diventate viola e ho iniziato ad avere deformazioni alla schiena e alle ossa. Adesso ho dolori insopportabili agli organi interni. Quando mangio il cibo mi esce dal naso. Ho dolori ai muscoli, il cuore lo è, e la deduzione è semplice da fare. Mi davano poco tempo di vita: sei o sette mesi, non di più. Invece sono già passati dieci anni”.

Il corpo di Fabian, magrissimo, con la schiena ricurva, le guance incavate, il torace sporgente, era diventato il simbolo della lotta nel sostenere l'esistenza di pericoli per l'uomo nell’uso degli erbicidi e in particolare del glifosato. Una sostanza definita nel 2015 dall’Organizzazione mondiale della sanità come “probabilmente cancerogena”, e che è alla base proprio del prodotto “Roundup” della Monsanto, multinazionale di biotecnologie agrarie.

Una sostanza, il glifosato, che distrugge tutte le piante con cui viene a contatto e per questo viene usata solo nelle coltivazioni geneticamente modificate, le uniche che riescono a resistergli.

 “Caricavo gli aerei con tutti i tipi di veleni, ci mangiavamo vicino. Li lavavo e li sistemavo – ci ha raccontato il povero Fabian prima di morire -. Facevamo ‘la bandiera’ senza protezione. Sai cosa vuole dire fare la bandiera? È quello che si ferma in un punto del campo con un’asta e una bandiera, e muovendole segnala all’aereo di passare di lì, prendendosi gli spruzzi dei pesticidi. Generalmente chiedevamo al pilota di spruzzarci perché nei campi c’era un caldo insopportabile”.

Da allora per lui è iniziato l’incubo: “la notte non riesco a dormire, ho paura di non svegliarmi il giorno dopo. Non sopporto i cimiteri: quando piove penso al freddo che sentono i morti”. 

 “Io sono stato liquidato con una pensione minima che non copre nessuna spesa – aveva aggiunto a Gaetano Pecoraro l’uomo -. Dimmi se non dovrei essere arrabbiato, se non dovrei sentirmi un recluso, una persona che odia tutti. Ma non gli do questa soddisfazione, io ho perdonati tutti. L’azienda che non mi ha aiutato, la medicina è stata complice, come pure il governo”.

Nonostante tutto questo dolore, Fabian era diventato il simbolo della lotta dei più deboli: “la mia non è solo una testimonianza, tutto questo deve servire. Non a noi, che ormai siamo perduti, ma agli altri, affinché capiscano che siamo stati ingannati e che la nostra vita è stata ceduta in cambio di denaro”.

E forse adesso questa prima vittoria in un’aula di tribunale restituisce, se non la salute, almeno la dignità ai tanti Fabian in giro per il mondo.

dopo il nostro servizio
Hatem Moustafa, il padre della ragazza italiana di origini egiziane morta dopo essere stata brutalmente picchiata in Inghilterra da un gruppo di giovanissime bulle come vi abbiamo raccontato con Pablo Trincia, commenta la condanna per due di loro a 8 e 12 mesi: “Una parente mi ha riso in faccia, sono in guerra da solo contro l’Inghilterra, per salvare la mia famiglia: perché l’Italia non mi aiuta?”

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