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Metodo Bibbiano: la storia di Mina e i “diavoli della bassa modenese” | VIDEO

Matteo Viviani racconta la terribile storia di Mina e Najib. Le loro figlie sono state allontanate dalla famiglia per presunti abusi sessuali, raccontati dalle bambine 4 anni dopo essere state allontanate, in un centro che aveva già raccolto i racconti dei bimbi coinvolti nel caso dei “diavoli della bassa modenese”

False relazioni dei servizi sociali per sottrarre i bambini alle famiglie d’origine e affidarli a pagamento ad altre famiglie? Una vicenda incredibile, che ha inizio il 27 giugno scorso, quando i carabinieri portano a compimento l’operazione chiamata “Angeli e demoni”. Funzionari pubblici, assistenti sociali, medici e psicologi avrebbero, stando alle accuse, manipolato le testimonianze dei minori per allontanarli più facilmente dalle famiglie, mandandoli in affido e sottoponendoli a un ciclo di cure psicologiche a pagamento.

Tutto parte nell’estate del 2018, quando sul tavolo della Procura di Reggio Emilia arrivano numerosissime segnalazioni di abusi sessuali sui minori. Segnalazioni che arrivano tutte dal servizio sociale della Val d’Enza, un gruppo di comuni del nord Italia che ha sede a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia. Gli investigatori piazzano cimici e avviano intercettazioni: per la Procura si è scoperchiato un sistema ben collaudato. Ma come funziona questo sistema? Dopo una segnalazione generica, magari quella di una famiglia in difficoltà o di maltrattamenti, si allontana subito il minore, che viene preso in carico dai servizi e avviato a un lungo percorso di psicoterapia pagato dal Comune. E quelle sedute di psicoterapia vengono fatte da una onlus piemontese, il Centro studi Hansel e Gretel. Da quel momento i bambini iniziano a raccontare di abusi sessuali terribili durante le sessioni.

Ma quegli incontri si sarebbero svolti in modo assolutamente inconsueto. Un bimbo di 8 anni sta parlando con una psicoterapeuta, oggi indagata, che travestita da lupo finge di essere il papà del bambino. Questo, secondo il gip di Reggio Emilia, è fatto “per alterare lo stato psicologico ed emotivo del bambino rispetto ai propri genitori e alla loro condotta”. E dopo essere arrivato addirittura a far immaginare al piccolo la morte dei genitori. “Dobbiamo fare una cosa grossa, vedere tuo padre per come è nella realtà e sapere che quel papà non esiste più. È come se dovessimo fare un funerale”: un modo per costruire nella mente dei piccoli un ricordo di abusi.

“Ma tu sentivi qualcosa là sotto nella patatina?”, dice a una bambina di 9 anni la psicologa, quando la piccola le dice di stare pensando agli abbracci di suo papà nel lettone. E quando la bimba dice un secco no a quella domanda, la psicologa insiste chiedendole se lui si muoveva. Lei, confusa da quella domanda che non capisce bene, risponde “un po’”  e allora la dottoressa tira la somma: “Eh, faceva sesso!”. Ma a quanto pare, visto che la bimba non ha mai parlato di violenze, la psicologa sarebbe arrivata addirittura a modificare un disegno della bambina, aggiungendo elementi di chiara connotazione. Dopo un anno la bimba è tornata a casa dai suoi genitori.

Quella di Bibbiano è una tragedia forse già accaduta, come nel caso dei “diavoli della bassa modenese”, di molti anni prima. Un caso tornato alle cronache dopo 20 anni a seguito dell’inchiesta dei nostri colleghi Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, che lo hanno raccontato nel libro “Veleno”. Una storia che avrebbe molti punti in comune con le vicende di Bibbiano.

Nel Modenese sono 16 i bambini allontanati dalle proprie famiglie, per accuse di pedofilia, satanismo e omicidi. Patrizia Micai, un avvocato che da 20 anni lavora al caso dei diavoli, dice al nostro Matteo Viviani:  “Come può essere che all’improvviso dei bambini vedano i diavoli, le bare, i morti? È un fatto inquietante”. Noi de Le Iene abbiamo trovato una storia del passato in cui gli attori principali sono proprio quei professionisti  legati al caso della bassa modenese. Una storia che sembra raccontare un metodo fuori da ogni regola.

La storia di Najib e di sua moglie Mina. Najib è il padre di due ragazze che non vede da quando sono bambine. Mina è la mamma, le figlie le sono state portate dai servizi sociali appena arrivate in Italia dalla Tunisia. Siamo all’inizio del 2000: dopo la nascita della seconda figlia la donna divorzia e si sposta dalla Tunisia arrivando in Italia, dove trova un nuovo compagno. Due anni dopo, nel 2006, le bambine raggiungono la madre in Italia ma accade che il suo nuovo compagno inizi a maltrattare le bimbe. Mina si presenta al pronto soccorso, dove vengono notati i segni di quelle botte. “All’ospedale i dottori fanno tutte le visite – racconta la donna - e attivano i carabinieri, oltre a un’equipe specializzata in maltrattamenti”.

Mamma e bimbe vengono prese in carico dai servizi sociali e mandate in una comunità protetta. Qui però le cose sembrano non procedere bene, tanto che una relazione dei servizi dice che la madre non si interessa alle figlie e che è capitato che uscisse senza di loro. Mina nega con tutte le sue forze, spiegando al nostro Matteo Viviani che non era possibile in alcun modo uscire da quella struttura. “Incapacità genitoriale” scrivono i servizi in una loro relazione e allora il tribunale per i minori chiede di collocarle in un ambiente protetto, “non necessariamente con la  madre”. “Sono arrivate le assistenti sociali con i carabinieri, non mi hanno detto che volevano togliermi le bambine, ma le hanno prese”. Le due figlie di Mina vengono portate in una comunità per minori, lo stesso centro che anni prima ospitava alcuni dei bimbi del caso dei “diavoli della bassa modenese”.

“Era il luogo dove questi bambini venivano ascoltati”, spiega l’avvocato Patrizia Micai. Le relazioni di quel centro piemontese, dove vengono portate le figlie di Mina, sono firmate dalla psicologa Valeria Donati, che nel caso Veleno aveva raccolto le dichiarazioni del bambino zero, il bambino da cui tutto è partito”. “Prima di essere allontanato dalla famiglia, mesi prima, questo bambino non aveva mai detto nulla”, spiega ancora il legale. Le relazioni della Donati a quei tempi parlavano di funerali, di bambini seppelliti vivi, di bambini che uccidevano altri bambini. Un orrore inimmaginabile. Intanto le figlie di Mina, dopo sei mesi in quel centro, a raccontare che le botte non arrivavano solo dal nuovo compagno della madre ma anche da lei stessa. “Non ho mai picchiato le mie bambine, le amavo tantissimo”, racconta con le lacrime agli occhi Mina.

La donna tenta di vedere le figlie ma questo non fa che peggiorare la situazione: i servizi scrivono che lei “è poco lucida e concentrata solo su se stessa” . A scriverlo è Federica Anghinolfi, una delle principali indagate per i fatti di Bibbiano, accusata di aver falsificato documenti per dimostrare abusi che alcuni dei bambini non hanno mai davvero raccontato. Mina si separa dal nuovo compagno, trova un lavoro ben pagato e va a vivere per conto proprio: nella nuova casa ha già le due stanze pronte per le bimbe ma niente da fare, le bimbe non tornano. Le può vedere solo per 45 minuti al mese, sempre sotto lo stretto controllo degli assistenti sociali. “Le bambine pensavano che io le avessi lasciate lì, erano cambiate, piangevano sempre”, racconta la donna. Ma le relazioni degli assistenti sono impietosi con la madre e spiegano che è solo lei a cercare il contatto fisico con le bimbe, come per dimostrare che le bambine non vogliano avere contatti con lei. All’incontro del mese però succede una cosa terribile: la bimba piange e quando la madre chiede il perché lei dice che aveva dormito con un uomo. Mina è sconvolta e dice all’assistente sociale che, se fosse stato vero, l’avrebbe uccisa. La madre chiede una prova ginecologica, che però non verrà mai concessa.

Per gli operatori del centro Mina è diventata aggressiva nei loro confronti, tanto che viene processata e condannata a dieci mesi per violenza e minacce a pubblico ufficiale. Mina viene dichiarata parzialmente incapace di intendere e di volere: gli incontri con le figlie vengono sospesi e da allora la mamma non vede più le bambine. Ma la cosa ancora più incredibile è che nessuno abbia mai cercato il genitore naturale delle bambine, come dovrebbe essere per legge. Anzi, è il contrario. Il padre infatti ha presentato dieci diverse domande per potere vedere le figlie, dichiarandosi disponibile a occuparsene. L’uomo arriva a lasciare il paese d’origine e il lavoro per raggiungerle in Italia, mentre gli assistenti sociali scrivono che lui si è sempre disinteressato di loro. E quando Najib si presenta ai servizi di Reggio Emilia, viene cacciato e anche al Tribunale dei minori gli chiudono la porta in faccia.

Il padre chiede ufficialmente l’affidamento delle figlie ma i servizi sono irremovibili. Gli negano anche gli incontri protetti con le bambine, chiesti da un giudice. Dopo una battaglia durata 9 anni Najib ottiene la certificazione giudiziaria che non ha mai abbandonato le bambine. Alla fine però ci si limita a un’audizione delle bambine, a cui però non viene detto che il padre le sta cercando, “per non destabilizzarle”. La madre inizia uno sciopero della fame e proteste tra Reggio Emilia e il Parlamento ma nel 2009 da quella comunità parte una nuova segnalazione contro di lei. A firmare è la responsabile del centro, la psicologa Valeria Donati, che accusa la madre di fatti infamanti: abusi sessuali e prostituzione minorile (le bambine sarebbero state abusate da uomini che la mamma portava a casa). Accuse basate sulle dichiarazioni della figlia maggiore di Mina, ma a 4 anni dall’allontamento.

Una storia incredibile di abusi e anche orge, anche alla presenza del secondo compagno della madre. Le relazioni con le presunte dichiarazioni delle bimbe sarebbero però piene di contraddizioni tra loro. Si parla addirittura di una valigia piena di soldi, coi proventi della prostituzione, che sarebbe stata sotto al letto della madre. Una valigia mai trovata. Vi facciamo notare una “piccola” incompatibilità: la psicologa Donati era responsabile della psichiatria, della comunità dove le piccole erano ospitate e “portavoce” di questa denuncia gravissima. 

“Come musulmana, se dormo con un uomo che non è mio marito è un grande peccato per la mia religione e per la mia morale”, aggiunge Mina. Come anche per i casi della bassa modenese, anche qui ciò che la Donati relazionava ai giudici non si sarebbe basato su registrazioni video né audio, né su relazioni di quegli incontri con le minori. In quel procedimento Anna Cavallini, perito del tribunale di Modena, è incaricato di verificare le dichiarazioni delle piccole. La stessa Cavallini era già stata perito del tribunale di Modena in uno dei processi ai “diavoli”. Ma le dichiarazioni delle piccole cambiano col tempo. All’inizio la bambina dice di non aver assistito direttamente alle violenze sulla sorella. Poi però cambia versione, aggiungendo che la sorella era presente e veniva abusata insieme a lei.

Racconti francamente incredibili, con la bimba che parla di violenze avvenute addirittura in un bagno di un bar. Il risultato della visita ginecologica, 4 anni dopo l’allontanamento, è chiaro: abusi. La relazione però cita 11 indicatori di presunta violenza che un medico chirurgo specializzato in pediatria, sentito da Matteo Viviani, definisce così: “Possono essere fattori normalissimi, fin dalla nascita, in alcune bambine. Sono normali varianti della fisiologia e dell’anatomia umana, ma qui vengono poste come elementi sicuri di abuso. Su 11 indicatori citati, c’è un solo elemento che può essere ricondotto a un trauma o a un contatto sessuale . Difficile però pensare che una bambina di 5 anni venga sodomizzata con una penetrazione completa e poi la mattina dopo possa andare tranquillamente all’asilo. È un po’ inverosimile”.

Relazioni però sulla base delle quali Mina è stata condannata a 8 anni di carcere per maltrattamenti e prostituzione minorile. Ma la volete sapere la cosa più incredibile? La figlia più grande di Mina viene adottata da una famiglia che abita nello stesso comune della Donati. La piccola? Addirittura dalla stessa Donati! Matteo Viviani si reca dalla psicologa ma lei non ha niente da dire. “Io non parlo di queste cose sulla stampa”. E intanto ci sono due genitori che non vedono più le proprie figlie da anni.

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