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Cambio sesso, riprende processo a 3 medici. “Non era una vagina, ma carne messa lì”

Riprende oggi il processo a due medici e una biologa dell’ospedale Umberto I di Roma per lesioni volontarie. I sanitari sono accusati di aver eseguito sperimentazioni non autorizzate su quattro pazienti transgender. Due di loro ci hanno raccontato questa storia incredibile nel servizio di Nina Palmieri

“Per un certo lasso di tempo ho avuto due sessi: l’apparato genitale maschile e sotto un buco buttato lì, a un centimetro dall’ano”. Silvia e Francesca, tra il 2011 e il 2013, si sono rivolte all’ospedale Umberto I di Roma per sottoporsi a quello che i medici avrebbero detto essere un “intervento innovativo” di cambio di sesso da uomo a donna. Ma l’esito di questa operazione, per quattro casi su sei, non è andato come previsto.

Oggi riprenderà il processo che vede imputati tre specialisti dell’Umberto I accusati di aver eseguito sperimentazioni non autorizzate su quattro persone transgender. Si tratta del primario di Chirurgia plastica Nicolò Scuderi, del chirurgo Luca Andrea Dessy e della biologa Cinzia Marchese. Le pazienti, due delle quali ci hanno raccontato la vicenda nel servizio di Nina Palmieri che potete vedere qui sopra, hanno sporto querela, dichiarando di non essere state debitamente informate sul fatto che l’operazione a cui si sono sottoposte fosse in realtà una sperimentazione. Ora i tre specialisti si trovano a processo per lesioni volontarie. L’accusa della procura, nello specifico, è di dolo eventuale. I medici avrebbero cioè accettato l’ipotesi che l’intervento potesse andare male.  

“A me non è mai stato detto che si trattava di un intervento sperimentale”, ha raccontato Silvia, 31 anni, alla Iena. “Mi hanno detto che era un intervento innovativo”. Silvia e Francesca ci raccontano che nella scelta di sottoporsi a questo intervento di cambio sesso “innovativo” anziché a quello “classico” hanno giocato vari fattori, tra cui non solo le lunghe liste d’attesa che c’erano per sottoporsi all’intervento classico, ma anche il modo in cui sarebbe stato presentato quello “innovativo” dai medici. “Mi sono recata lì con mia mamma a 16 anni e il dottor Dessy mi ha proposto questo intervento a suo dire innovativo. Mi ha infiocchettato la proposta dicendo che si poteva ricreare una guaina vaginale praticamente identica a quella originale”. L’intervento a cui vengono sottoposte Silvia e Francesca consisteva nel prelevare la mucosa della bocca delle pazienti, farla sviluppare in laboratorio e poi costruire con questa mucosa le pareti della nuova cavità vaginale creata con l’intervento. “Nella prima fase mi hanno chiamata per prelevare la mucosa”, racconta Francesca. “Dopo circa un mese mi hanno richiamata per il secondo intervento, che è quello che mi è stato spiegato in maniera meno chiara. Mi hanno fatto questa cavità ma senza distruggere il pene. Cioè io alla fine avevo una cavità sotto lo scroto”.

Anche Silvia a fine intervento si ritrova qualcosa che non si aspettava. “Quando mi sono guardata ho detto ‘e che è questo?!’”. Silvia sostiene che nessuno le avesse spiegato che dopo il primo intervento avrebbe avuto ancora il pene. “Per un lasso di tempo ho avuto due sessi. L’apparato genitale maschile e un buco buttato lì, che mi sembrava troppo in basso. Era a un centimetro dall’ano”. Cosa che nota anche Francesca e che le avrebbe causato non pochi problemi. “Inevitabilmente la zona veniva contaminata quando andavo in bagno perché era troppo vicino all’ano”. Così inizia a contrarre varie infezioni che però, secondo i medici, sarebbero dovute ad altro. “Mi hanno detto che venivano perché c’era poca igiene”, dice Francesca alla Iena. “Cosa non vera perché io mi lavavo due volte al giorno”.

Finalmente arriva il momento di quello che doveva essere l’intervento risolutivo. “Mi hanno asportato il pene”, dice Francesca. “Ero felice fino a che non mi sono resa conto che quella che avevo non era una vagina ma della carne messa là intorno per fare cornice”. E il problema non sarebbe stato solo estetico: “Era sempre lubrificata, come se fosse in perenne salivazione. Sporcavo i pantaloni, a scuola ho pure bagnato la sedia”. Ma i problemi non finiscono qui: “quando mi eccitavo era come se rispuntasse il pene, si gonfiava molto”. “Sembrava che ci fosse lo scheletro del pene”, fa eco Silvia.

Non solo, secondo quanto ci hanno raccontato le ragazze i medici avevano detto che per i primi mesi avrebbero dovuto portare un tutore per divaricare la cavità. “Ma il buco non rimaneva aperto”, dice Francesca. “Dopo la doccia non riuscivo a rinfilare il tutore. Una volta sono tornata all’ospedale e il medico mi ha spinto a violenza questo tutore. Praticamente mi ha rifatto un intervento senza anestesia perché me lo ha rispinto a violenza dentro”.

Ma non è finita qui. Nel gennaio 2014 gli interventi vengono pubblicati su una rivista scientifica americana e presentati come dei successi.

Sono passati otto anni dalle operazioni e quattro dall’inizio del processo, cominciato nel 2015. Ma ora oltre al danno la beffa. Con l’udienza di oggi, infatti, si ricomincerà daccapo con l’audizione bis delle quattro persone offese, dal momento che a udienza in corso c’è stato il cambio del giudice moratorio. E dato che il reato si prescrive in 12 anni, sarà difficile arrivare alla Cassazione.

La vita di Silvia e Francesca dopo quell’operazione è cambiata ma, ci raccontano, non di certo in meglio. “Sono andata in Thailandia e con i miei soldi mi sono sottoposta a un’operazione per recuperare quello che poteva essere recuperato”, racconta Francesca. “Il trauma mi ha portato ad avere un conflitto col mio corpo più grosso di quello che avevo prima. Mi vergogno molto”. Mentre Silvia decide di non sottoporsi ad altre operazioni. “Non ho fatto più niente perché sono delusa”. Non può più avere rapporti perché la cavità si è completamente richiusa. 

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