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Cannabis terapeutica, Css: non è una cura. Ma tanti malati la usano

La cannabis terapeutica non è un farmaco. Il Consiglio superiore di sanità invita per questo alla sperimentazione. Per molti malati è l’unica via

“La cannabis non può essere considerata un medicinale e non vi è prova scientifica della sua efficacia terapeutica”: queste le conclusioni del Consiglio superiore di sanità dopo un’attenta indagine, tuttavia non siamo di fronte a una bocciatura. Il Css invita, infatti, ad attivare la sperimentazione sui malati per verificare se possa essere classificato come farmaco. A oggi la cannabis non è stata sottoposta infatti ai controlli dell’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali o dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco,  e “non può quindi considerarsi una cura”. La ministra Giulia Grillo, che da sempre ha mostrato apertura all’importazione dall’Olanda di cannabis terapeutica, ha tenuto a rassicurare i pazienti che ne fanno uso che “l'utilizzo terapeutico della cannabis continuerà a essere assicurato ai sensi della normativa vigente”.

La Iena Viviani già nel 2013 aveva incontrato alcuni malati per chiedere direttamente a loro quali fossero gli effetti dati dal consumo di canapa.

Andrea, malato di sclerosi multipla, ogni mattina si reca al bar dietro casa e chiede che gli venga fatto un frappé con il latte che lui si porta da casa. “Dentro il mio latte c’è il Bedocran, un farmaco olandese che contiene canapa, ma loro non lo sanno” ci confida quasi divertito. Andrea da quando assume giornalmente il suo frappé alla canapa è riuscito a convivere con la malattia degenerativa che lo affligge. “Prima improvvisamente diventavo rigido, talmente rigido che non potevo né camminare né parlare. Oh, non mi usciva la voce!”. E proprio nella canapa ha trovato la soluzione: “Mi ha fatto diminuire questa rigidità e poi un buon fisioterapista ha fatto il resto”.

Anche Lucia a 20 anni ha scoperto di essere malata di sclerosi multipla e, insieme al marito William, ogni giorno infornano biscotti alla canapa. “Non mi piace fumare davanti le persone” spiega Lucia, “perché poi pensano che fumo per puro piacere. Ma io fumo perché mi dà benefici”. Lucia e William hanno fondato il primo cannabis club italiano “LaPiantiamo” insieme con altri 250 soci affetti da sclerosi, malattie oncologiche, sla, problemi neurologici, asma, e distrofia muscolare. Lo scopo del club è di produrre un farmaco a base di cannabis, come il Bedocran, però italiano, per non essere più costretti a farlo importare dall’Olanda. Affinché la loro piccola produzione possa essere avviata c’è bisogno di un’autorizzazione giudiziaria che permetta a ricercatori, medici, biologi e agronomi di affiancarli nella loro impresa.

“Se non ci danno le autorizzazioni noi ci autorizziamo da soli, perché è un nostro diritto. Ma perché io devo chiedere a qualcuno il permesso di stare bene?” ci dice deciso William.

Il sindaco di Racale, Donato Metallo, è dalla loro parte: “E’ una cosa giusta che a loro aiuta e quindi io sarò con loro a piantare la canapa”.

C’è poi Antonio, costretto sulla carrozzella da 22 anni per una concomitanza di sfortunati eventi: “Sono passato nel posto sbagliato al momento sbagliato” ha spiegato. “Un proiettile vagante mi ha colpito e mi ha paralizzato dall’ombelico in giù”. Da quel momento Antonio è continuamente affetto da forti e improvvisi dolori: “Stando sempre seduto mi vengono bruciori improvvisi, scariche elettriche ai piedi. Ora per esempio sento un fuoco che mi avvolge” dice a Viviani. “La canapa mi aiuta a rilassare la muscolatura e anche la mente”.

Nando, vecchio lupo di mare, è rimasto paralizzato in seguito a un intervento chirurgico. “Mi vengono degli spasmi al corpo che non riesco a controllare, ma grazie alla marijuana sono anni che riesco a dormire serenamente per 5 ore consecutive. Io assumo 5 grammi al giorno”. La moglie di Nando, prima di constatare con i suoi occhi i benefici che il marito ha avuto fumando l’erba, faceva parte della categoria degli scettici: “Io non fumo neanche le sigarette. Non mi fidavo. Ma Nando aveva anche il problema dello sfintere. Da quando fuma sono 7 anni che non ha più infezioni e non fa più il catetere!”.

Andrea, Lucia, Antonio e Nando sono soltanto alcune delle persone che hanno trovato benefici consumando marijuana. C’è anche il caso di Giuseppe, ingegnere catanese, intervistato nel servizio di Dino Giarrusso. Giuseppe è fermamente convinto che la cannabis terapeutica sia un medicinale e, a confermare la sua tesi, sono i benefici riscontrati somministrando un cucchiaino d’olio di canapa giornaliero alla mamma Lidia, 91 anni, malata di Alzheimer.

“Da quando mia madre prende un cucchiaino d’olio ogni mattina non ha più le crisi isteriche che aveva, mi tiene la mano, mi accarezza, mangia e beve da sola, è tranquilla”. Tutt'altra vita rispetto a prima, quando “si strappava i capelli, si dava i pugni in testa, piangeva disperata. Era terribile”.

Giuseppe per curare sua madre rischia il carcere non potendosi procurare l’erba in farmacia, visto che per malattie come l’Alzheimer non è prevista la prescrizione di cannabis. Se la procura quindi illegalmente, rischiando oltretutto che sia contaminata da pesticidi, cocaina, cannabinoidi che danno sballo ma non benefici terapeutici. Una volta procuratasi l’erba Giuseppe la squaglia nel piccolo laboratorio che si è creato per ricavarne l’olio, un procedimento anche abbastanza rischioso se non si presta attenzione alle giuste dosi. “Sono stato costretto dallo Stato a scegliere tra mia mamma e tra l’alimentare le mafie”.

Giuseppe si è autodenunciato in tribunale e aspetta al più presto un processo per “creare un caso nazionale e sensibilizzare l’opinione pubblica sul fatto che curare qualcuno non può essere un reato”.

Ma perché per molti medici il consumo terapeutico di cannabinoidi è ancora un forte tabù, nonostante i costi di gestione siano inferiori agli altri farmaci e se, come dice Padre Salvatore Resca, “rende umana, facile e migliore la vita”?

“L’Alzheimer, così come altre malattie, è un business, è un grande business” ci risponde Maria Barcellona, docente di biochimica all’università di Catania, pertanto “c’è una forte ritrosia a voler sperimentare”.

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