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Carlos Malatto, i desaparecidos argentini e la sua fuga in Italia | VIDEO

Carlos Luis Malatto è un colonnello argentino accusato di crimini contro l’umanità in Argentina. Oggi vive tranquillo in una villa esclusiva di Portorosa in Sicilia, dove ha anche uno yacht. Nina Palmieri è andata a chiedere spiegazioni direttamente a lui

Il colonello Carlos Malatto è accusato per avere fatto sparire e ucciso uomini e donne durante la dittatura militare in Argentina negli anni ’70. Su Malatto c'è anche una taglia da 500mila pesos del governo di Buenos Aires: saranno intascati da chiunque fornisca informazioni utili alla sua cattura. Perché questo signore che vive libero in Italia sarebbe stato uno de protagonisti dei crimini di una delle più sanguinose dittature militari della storia, tristemente famosa per i 30mila desaparecidos, persone che sono state sequestrate, torturate e uccise senza lasciare alcuna traccia.

Delle circa 30mila persone scomparse in cinque anni, oltre tre ila sono stati buttati ancora in vita nelle acque dell’Oceano Atlantico o nel Rìo de la Plata, utilizzando i “vuelos de la muerte”, una pratica di sterminio. A capo di questa dittatura era il comandante Jorge Rafael Videla, salito al potere nel 1976 con un colpo di stato. Videla riorganizza subito l’esercito per reprimere qualsiasi dissidenza, creando delle vere “squadre della morte”.

“I gruppi operativi andavano a sequestrare in abiti borghesi e portavano queste persone nelle scuole, garage, torturandole, senza lasciare alcuna traccia”, racconta un testimone. Uno dei capi operativi di questo inferno chiamato RIM 22 era appunto il colonnello Malatto, che ha commesso delitti su delitti e non solo: “Cercavano gioielli, denaro, prendevano le macchine e si intestavano gli appartamenti”.

A parlare di questa guerra sporca è anche la figlia di una vittima di questa tragedia. “Qui in Italia Malatto non ha commesso delitti, però in Argentina è stato segnalato per 63 cause penali”, dice Eva Lerouc. Suo padre, Alfredo Lerouc sarebbe stato ammazzato a soli 25 anni da Malatto, mentre sua madre Marta Saroff è una delle migliaia di desaparecidos.

“Mio padre aveva una tipografia, nella quale stampava volantini. In uno di questi volantini per cui hanno iniziato a cercare mio padre, i prigionieri politici denunciavano le torture che stavano subendo”, dice Eva. Sono scappati con il fratello più piccolo a San Juan, vivendo clandestini per circa un anno. Hanno lottato per la libertà di Argentina e per questo sono stati ferocemente puniti, con la morte.

I nonni di Eva si trovano ad affrontare due tragedie: la morte della madre e del padre. Anche il fratello più piccolo sparisce. Lo troveranno piangente dopo 10 giorni davanti alla porta di casa. Il destino del piccolo avrebbe potuto essere ancora peggiore, perché in quel periodo tanti figli dei desaparecidos sono stati affidati in modo illegale alle famiglie vicino al regime di Videla.

Sua madre, invece, è sparita nel nulla. L’ultima volta è stata vista in un centro di detenzione clandestina. Quello che subivano le donne in quel posto è scioccante. “Le hanno torturate, prese a calci e pugni, le seviziavano con scariche elettriche. Senza acqua, senza la possibilità di pulirsi”. C'è anche questi nei racconti di un ragazzo che lì puliva le cucine e le aiutava come poteva. “Si bagnava i vestiti e li dava a mia madre e alle sue compagne per potersi lavare con quei vestiti bagnati”.

Purtroppo le torture più crudeli non potevano essere fermate: “Stupri costanti, a ogni cambio di guardia sicuramente c’erano nuovi…”, dice la figlia di Marta Saroff. Per Eva oggi il più grande dolore è questo: “Io oggi so dove sta l’assassino di mio padre, ma non posso sapere dove sia mia madre”.

Quello della mamma e del papà di Eva è un destino condiviso da moltissime altre persone: solo a San Juan, la città di Malatto, sono 30 i desaparecidos. Tra queste c’è anche Marie Anne Erize, una ragazza franco-argentina che si innamora di un giovane militante che si oppone al regime. Basta questo per apparire pericolosa agli occhi dei militari. Per questo, Marie Anne si rifugia con il suo ragazzo a San Juan, ma una mattina viene catturata dal gruppo di Malatto. Tutto davanti agli occhi di Alberto Rivas che racconta l’episodio da brividi: “I militari ci hanno fatto buttare a terra e sono corsi verso questa ragazza. La prima cosa che hanno fatto è tapparle la bocca e le hanno messo un cappuccio in testa, caricandola su una macchina”. La famosa macchina dell’orrore, Ford falcon verde, utilizzata per il grande bagagliaio per caricare i giovani dissidenti.

E in questo terribile scenario Daniel Russo, un amico di Marie Anne, finisce nella trappola dei militari. Lo investono con un furgoncino, lo buttano a terra e gli sparano alla pancia. “I giornali del giorno dopo parlavano di una 'sparatoria', ma quel ragazzo non aveva un’arma: gli hanno sparato”, dice Alberto.

Tornando a Marie Anne, di quella ragazza non si è saputo più nulla: si sa soltanto che è stata portata in un centro di detenzione clandestina, chiamato “La Marquesita”, da cui nessuno è mai uscito vivo. Il suo nome viene fuori dopo la sua sparizione: un ufficiale del gruppo di Malatto comunica durante una festa di diploma che Marie Anne è stata violentata e uccisa. La stessa sera, quando “è tornato in caserma, è sparito”, dice lo stesso testimone di prima. In questa lista dell’orrore entra anche il professore Juan Carlos Cámpora che simpatizzava gli studenti dissidenti e aveva affittato la sua casa proprio alla modella Marie Anne, più tardi sequestrata dai militari.

Lo stesso Alberto, il testimone di questo orrore, racconta il delitto per cui è entrato in galera nel 1976. Un posto in cui venivano segregati sia detenuti comuni che oppositori politici. E per tenere nascosto come stavano torturando i detenuti, i militari chiedevano ai detenuti di entrare nelle loro celle: “Lì dentro arrivavano camminando, ma uscivano trascinati”, ricorda Alberto.

Tra gli ufficiali che facevano questo sporco “lavoro”, Alberto ha riconosciuto Carlos Malatto e altri come Antonio Oliviera, Osvaldo Benito Martel ed Eduardo Daniel Vic. Un giorno Alberto è stato chiamato dai militari per pulire la stanza dei detenuti politici: banchi ammassati uno sopra l’altro, coperte e poncho dei militari erano piazzati lì per impedire di sentire le grida delle persone torturate. Un letto e una sedia con manette facevano parte di quel quadro terrificante.

Altri pezzi di questo puzzle dell’orrore fanno capire a Alberto che “quella macchia di sangue dimostrava lo stupro delle donne”. Una verità scioccante, così come è l’immagine del corpo senza vita di Cavajan visto da Alberto: “Lo portavano due guardie e il suo corpo era come quello di una marionetta”. Dopo 38 anni da quell’orrore finalmente nel 2012 viene chiamato a testimoniare nel primo processo contro la banda di Malatto. E proprio in quel momento, una persona si avvicina piangendo e gli dice: “Era mio fratello”.

La testimonianza di Alberto contro la RIM 22 è stata fondamentale, tanto che nel 2016 tutti gli imputati sono stati condannati definitivamente per violazione di domicilio, sequestro di persona, tortura e domicilio, con pene che vanno dai 25 anni di carcere all’ergastolo. L’unico che non è stato condannato perché si è sottratto al giudizio della magistratura argentina è stato Carlos Malatto.  

In Argentina infatti non è possibile processare un imputato contumace: Malatto ha sfruttato il suo doppio passaporto per fuggire in Italia. A questo punto, il governo argentino ha emesso un mandato di cattura internazionale: l’Italia però ha deciso di non concedere l’estradizione.

Secondo la Corte di Cassazione dai documenti mandati dall’Argentina non sussistono gravi indizi sulla partecipazione di Malatto ai reati contestati. Le vittime del regime argentino non si sono però fermate e hanno sporto delle denunce: nel 2015 l’allora ministro della Giustizia si è interessato alla vicenda e ha autorizzato la procura di Roma ad aprire un’inchiesta contro Malatto per vari omicidi.

Con Nina Palmieri siamo andati a parlare con il colonnello Malatto, ma per tutto il tempo ci ha evitato, senza dire una parola. Speriamo però che davanti al tribunale possa dire qualcosa, perché una tragedia così atroce non va dimenticata e i parenti di quelle vittime meritano giustizia.

esclusiva web

Negli ultimi giorni alcuni sui social hanno additato come fake news il video del gatto arrostito fuori dalla stazione di Campiglia Marittima (Livorno). Dopo aver raccontato la versione della donna che ha dato l’allarme e ha registrato il video virale, qui su Iene.it ospitiamo la versione ufficiale dei carabinieri che hanno fatto scattare la denuncia per maltrattamento di animale

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