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News | di Alessandro Barcella |

“Premier Conte, la prego, non abbandoni l'Afghanistan” | VIDEO

Un coraggioso capo villaggio, assediato da talebani e Isis, si rivolge in questo video-appello al nostro governo implorando che non ritiri le nostre truppe dal Paese, come annunciato a sorpresa dal ministro della Difesa dopo l’annuncio di avanzate trattative di pace tra americani e talebani. Un appello che arriva da un villaggio in cui si addestrano i bambini di tre anni a diventare kamikaze, come potete vedere in un altro incredibile video che pubblichiamo

Italiani via dall’Afghanistan? Se ne sta parlando in queste ultime ore, dopo che il ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha espresso senza mezzi termini questa sua volontà. Peccato che le stesse forze armate italiane impegnate da anni nel tormentato paese asiatico non ne sapessero nulla. Forze armate che in oltre 17 anni di presenza, che stando ad alcuni calcoli sarebbero costati alle nostre tasche 7 miliardi di euro, 54 morti e 650 tra feriti e mutilati.

A non saperne nulla del prossimo ritiro del nostro contingente (circa 900 uomini della base di Herat, nell’ovest del Paese) è anche lo stesso ministero degli Esteri, che ha spiegato come l’iniziativa della ministra Trenta sia stata assolutamente non concordata.

E loro, quelli che nel martoriato Paese ci sono nati e ci vivono tra mille difficoltà, cosa pensano del prossimo ritiro dei nostri soldati? Un ritiro che va ad aggiungersi al disimpegnò già promesso dal presidente Trump, pronto a riportare a casa i suoi 14mila uomini da quella che è stata la più lunga guerra mai combattuta all’estero dagli Usa, soprattutto ora che le trattative di pace con i talebani sarebbero a buon punto.

Noi de Le Iene abbiamo provato a dar voce agli stessi afghani, attraverso un appello esclusivo che questo importante capo villaggio rivolge direttamente al premier italiano Giuseppe Conte e che potete vedere sopra. 

Abbiamo contattato, non senza difficoltà, Malak Shakar. Il suo villaggio è un gruppuscolo di povere case tra le montagne, nel distretto di Muhmand Dara, a ridosso delle zone tribali al confine con il Pakistan (a pochi chilometri, per intenderci, dalle grotte di Tora Bora in cui a lungo si sarebbe nascosto Osama Bin  Laden prima di rifugiarsi ad Abbottabad, dove è stato catturato e ucciso). Una zona davvero pericolosa, perché al centro di uno scontro accesissimo tra gli stessi talebani e gruppi affiliati ad Isis. Malak Shakar e gli abitanti innocenti del suo villaggio vivono lì nel mezzo.

Gli uomini dell’Isis hanno una base operativa a meno di una ventina di chilometri dal suo villaggio, e solo due giorni fa proprio Malak è stato avvicinato e minacciato di morte, affinché  smettesse di collaborare col governo afghano e lasciasse il suo ruolo di anziano. Minacce pesanti e reali, da parte di uomini che a meno di 20 chilometri di distanza non smettono di rapire, stuprare e decapitare qualunque avversario.

I talebani invece? Sono anche nel suo villaggio, come in tutti quelli vicini della zona. Nessuno li disturba e cercano, al tempo stesso, di addestrare i propri uomini e di fare propaganda tra tutti gli altri abitanti. E non addestrano solo gli uomini, ma addirittura i bambini di tre anni, come questo piccolo. Lo potete vedere voi stessi da questo breve video, che ci è stato girato dallo stesso capo villaggio (i talebani mandano video come questi via bluetooth a tutto il villaggio, come “spot” per la loro battaglia contro governo centrale e Isis). Guardate questo incredibile video.

 

 

Potete dunque ben comprendere il rischio per lo stesso capo villaggio di essersi esposto attraverso questo appello diretto personalmente al nostro presidente del Consiglio.

“Finché non ci sarà vera pace per noi, le chiediamo di non ritirare le forze italiane”, ha implorato questo coraggioso afghano al nostro governo.

"Ora che la situazione è peggiorata e quasi il 60% del paese è nelle mani di talebani e Isis, la comunità internazionale vuole ritirarsi dall'Afghanistan. Con la morte di migliaia di vite innocenti, i talebani, l’Isis e gli altri gruppi saranno di nuovo i padroni di questo Paese martoriato. Le poche donne libere saranno di nuovo prigioniere nella case, la gente non farà altro che pregare nelle moschee tutto il giorno e farsi crescere le barbe così lunghe che devono arrivare fino la pancia!” A parlare è Atai Walimohammad, il 22enne ragazzo afghano di cui vi avevamo parlato qualche settimana fa, e che oggi al sicuro in Italia aveva registrato un ringraziamento al popolo italiano, che lo aveva accolto.

Atai, che vive a Pavia e ha scritto anche un libro, “Ho rifiutato il paradiso per non uccidere”, a cui ha lavorato con lo scrittore e poeta Rosario Lubrano, ha una storia personale pesantissima.

Gli hanno ucciso il padre sotto agli occhi, e a lanciare le pietre sono stati i suoi stessi concittadini, istigati dall’imam del Paese. Lapidato, perché predicava un islam di amore e non di morte. E perché si opponeva al regime dittatoriale dei talebani.

Ma quello che ha visto e che ha vissuto sulla propria pelle questo ragazzo (il cui appello di ringraziamento potete trovare sotto all’articolo) racconta un orrore che conosciamo solo attraverso i film e i telegiornali. Un orrore che lui non potrà mai più dimenticare. E da cui è fuggito appena la situazione è divenuta insostenibile ed estremamente pericolosa.

Atai in questi anni ha perso decine e decine di amici, finiti nella rete dei talebani e diventati kamikaze. Ragazzi che invece di andare a scuola o a lavorare hanno fatto una scelta senza ritorno: entrare in un quel centro di addestramento per “martiri” che i talebani avevano aperto proprio accanto al villaggio.

La sua famiglia, dopo la morte del padre, è stata oggetto di pesanti attacchi e persecuzioni, tra accuse di aver rinnegato l’Islam e di essere al soldo degli americani, che nel frattempo erano arrivati in Afghanistan per liberare il Paese.

E anche il fratellastro di Atai, un medico che lavorava in un ospedale privato, ha pagato con la propria pelle. Al suo rifiuto di lavorare per loro infatti, i talebani lo hanno prima sequestrato e poi torturato con l’elettroshock. Ferito irreversibilmente anche nella psiche, è dovuto scappare di corsa dal suo Paese. 

Una fuga rocambolesca come quella dello stesso Atai (in Italia dal 2013), che durante il viaggio verso l’Europa ha subito un attacco con acido e una coltellata alla schiena.

Ministro della Difesa Trenta, Premier Conte, vogliamo davvero che queste persone conducano da sole una guerra (quella al terrorismo di Isis e talebani) che in fondo è la guerra di tutti noi? Ascoltate l’appello di Malak Shakar.

Guarda qui sotto il ringraziamento che Atai Walimohammad ha voluto rivolgere al popolo italiano, che lo ha accolto e ha permesso che si integrasse nella nostra società.

 

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