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Cremazioni di gruppo per guadagnare di più: “E si aprivano quelle bare…” | VIDEO

È un dramma vissuto da 600 famiglie di Biella. La scorsa estate è scoppiato lo scandalo delle cremazioni multiple dei fratelli Ravetti finiti a processo. Gli ex dipendenti hanno registrato tutto come le aperture delle bare che venivano trafugate. Andrea Agresti ha parlato con tutte le persone coinvolte in questa atroce vicenda

Bare cremate assieme ad altre bare. Uno scandalo che ha sconvolto Biella la scorsa estate. L’azienda concessionaria per due anni avrebbe bruciato contemporaneamente i corpi di più persone consegnando poi le ceneri ai parenti. C’è chi ha affidato il corpo della moglie, di un figlio, della nonna. E ora non sa chi piangere.  

L’artefice della disperazione sarebbe Alessandro Ravetti che con la sua società gestisce il forno crematorio della città di Biella. Lo scandalo è scoppiato grazie ad alcuni dipendenti che stanchi di quella situazione hanno filmato tutto. “Ci veniva chiesto, per accontentare il continuo incremento delle cremazioni, di aumentare le bare all’interno del forno. Magari con due o tre bare alla volta. A gestire tutto erano i fratelli Ravetti”, sostiene uno di loro. “Vigeva la regola di andare sempre più veloci per consegnare le ceneri. Se invece di fare 6 o 7 cremazioni diventavano anche 14 è ovvio che le entrate raddoppiavano”.

Secondo un documento dell’Asl di Biella nel solo 2017 sono state eseguite 3.520 cremazioni: sarà la magistratura ad accertare le responsabilità. Ma non è tutto. I fratelli Ravetti avrebbero imposto anche tempi di cremazione. Sul loro sito parlano di almeno 3 ore: “Noi invece lo facevamo entro 60 minuti”, sostiene il testimone. Ma ci sono materiali come lo zinco che hanno bisogno di tempi molto più lunghi per bruciare: “Si apriva la cassa con un’ascia o un’accetta e si bruciava la persona mettendo il corpo in una cassa di cartone”. Nei filmati consegnati alle forze dell’ordine si vede bene questa pratica.

Per le bare con rivestimento normale alla famiglia la cremazione costava 560 euro, mentre quelle rivestite in zinco ben 1.300. Oltre a essere una pratica atroce e immorale, per la Procura configurerebbe un reato: “Il sepolcro è inviolabile. Nel momento in cui viene chiuso dopo la morte, non deve mai più essere riaperto”.

Con questo modo di lavorare l’ipotesi per molte famiglie è che le urne fossero state riempite a casaccio. E c’è chi ha fatto analizzare il loro contenuto. “Con una cremazione veloce non si può parlare di ceneri, ma di resti di ossa e denti da cui è possibile ricavare il dna”, dice il generale Luciano Garofano, consulente delle famiglie. “In una di queste abbiamo avuto segnali che ci riconducevano a due individui”.

È disumano quello che hanno fatto. Io non sono se quello che sto piangendo è mio figlio”, dice una mamma. Ma Alessandro Ravetti avrebbe fatto di peggio: “Quando la cenere era troppa, mi diceva di mettere tutto nell’urna e quello che non ci stava di metterlo in un cartone che sarebbe stato buttato via nell’immondizia. È riuscito a corrompere una persona a farlo passare a raccogliere questi cassonetti”. I rifiuti cimiteriali sono classificati come speciali e devono essere smaltiti in modo speciale. E in quel cassonetto della nettezza urbana ci sarebbero finiti anche resti di ossa.

In questo orrore il Comune dov’era? Si chiedono oggi i parenti dei defunti. Perché la concessione non è stata tolta? Andrea Agresti lo ha chiesto a Graziano Patergnani, responsabile dei servizi cimiteriali del comune di Biella. Ma non vuole rispondere. Oltre al danno per le 600 famiglie che sarebbero coinvolte ci sarebbe anche la beffa. I fratelli Ravetti per salvare la società avrebbero ceduto le quote alla loro madre Mariella Petri e alla sorella Cristiana Ravetti.

“Per la questione morale andrebbero cacciati a pedate da Biella e non solo”, dice il sindaco Claudio Corradino. “Ma non è fattibile legalmente”. Loro hanno una concessione per 27 anni. “Bisogna revocarla con tutti i fondati motivi giuridici si rischia di dovergli riconoscere tutti gli anni in cui non hanno lavorato”. Andrea Agresti allora va da Alessandro Ravetti, il sostenitore delle cremazioni multiple. A noi non vuole rispondere, lo dovrà fare assieme al fratello Marco davanti a un giudice perché per entrambi è stato chiesto l’invio a giudizio

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