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News | di Beatrice Pratellesi |

Dipendenza da smartphone: “Perché oggi più narcisisti e insicuri”

Anche più di sei ore al giorno passate al telefono. I dati dell'Osservatorio Nazionale sull'Adolescenza e di Telefono Azzurro indagano il bisogno costante di connessione delle nuove generazioni. Con Enrico Lucci avevamo condotto un esperimento di "disintosicazione": 14 giorni senza cellulare e social

Essere costantemente in attesa di una notifica. Avere paura di non essere connessi o di non ricevere abbastanza “like”. I giovani della Generazione Z, i nati tra il 1996 e il 2010, sembrano aver sviluppato una nuova forma di dipendenza, quella da smartphone. Il 44% dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni passa al telefono anche sei ore al giorno. Sono i dati raccolti dall’Osservatorio nazionale sull’adolescenza, che ha condotto la ricerca su un campione di 3.900 ragazzi tra gli 11 e i 13 anni e 9mila adolescenti tra i 14 e i 18. Il tempo passato al telefono scende con lo scendere dell’età: secondo i dati il 46% dei ragazzi di 11-13 anni passa allo smartphone massimo due ore.

“Passare da due a sei ore attaccati al telefono per i ragazzi che la mattina vanno a scuola e il pomeriggio devono dedicare del tempo allo studio significa che tutto il tempo libero viene riempito al cellulare”, commenta Elisabetta Bellagamba, psicologa e psicoterapeuta presso il Centro Psicodinamico di Diagnosi e Cura dell'età evolutiva (Piggle) di Arezzo. “Evidentemente i ragazzi crescendo sono sempre meno sotto il controllo dei genitori, che è fondamentale per mettere dei limiti a questa tendenza”.  

Interessante è anche il dato sul genere: il 18% del campione totale sta al telefono dalle 7 alle 10 ore al giorno e di questi il 70% è femmina. “Tra ragazze c’è un continuo aggiornarsi su come sta andando la giornata”, commenta la psicologa. “I ragazzi passano più tempo ai videogiochi, mentre le ragazze, al di là dell’uso dello smartphone, tendono a tenersi costantemente aggiornate. Magari se avessero fatto una ricerca simile quando ero giovane io avrebbero visto tutte le ore che noi femmine passavamo chiacchierando al telefono rispetto ai ragazzi”.  Ed è proprio sulla “conversazione” nelle chat che emerge un altro dato significativo dell’Osservatorio: il 37% dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni “chatta continuamente su WhatsApp”.

Secondo uno studio di Telefono Azzurro, con la collaborazione di Doxa Kids, condotto su un campione di 611 giovani tra i 12 e i 18 anni, WhatsApp è l’app più utilizzata dai ragazzi, con una percentuale dell’88%. Inoltre, come mostrano i dati pubblicati sul sito di Telefono Azzurro, tra i nativi digitali l'89,8% utilizza questa applicazione per rimanere connesso con gli amici: più di 1 su 2 manda più di 50 messaggi al giorno. Lo studio ha anche provato a indagare i potenziali effetti di una “disintossicazione” dalle tecnologie. Poco più di un quinto degli intervistati ha affermato che si sentirebbe tranquillo senza social per una settimana. Il 6% ha dichiarato che si sentirebbe solo e un ragazzo su cinque dice che si sentirebbe perso. Il 13% ha addirittura affermato che si sentirebbe ansioso e agitato senza i social. Con Enrico Lucci, nel servizio del 2011 che potete vedere qui sopra, avevamo messo in pratica proprio questa domanda, togliendo a 7 ragazzi di un liceo di Ferrara il cellulare  Facebook per 14 giorni.

“Bisogna chiedersi perché i ragazzi usano questi dispositivi per fare conversazioni che potrebbero tranquillamente essere fatte a voce. Potrebbe essere un comportamento difensivo”, spiega Bellagamba. Ma c’è dell’altro. “Chattare su WhatsApp dà l’impressione di ‘stare con gli altri’, ma non lo è. Sono tutte relazioni superficiali. Mandare un messaggio vocale ad esempio non è come fare una conversazione continua: quando mi stufo o mi arrabbio posso connettermi e disconnettermi quando voglio. Al contrario, quando ho qualcuno davanti solitamente non me ne vado quando voglio perché mi sono stufato. La chat è un meccanismo 'on-off' e se mi stufo basta che esco dalla conversazione”.  

Questo uso smodato dei telefoni definisce anche nuovi tipi di patologie, come la nomofobia (la paura ossessiva di non essere raggiungibili e connessi), di cui soffrirebbe più del 53% dei giovani tra i 18 e i 29 anni.  Ma al di là delle nuove definizioni, spiega la psicologa, bisogna ricercare qualcosa di più profondo. “La cosa importante non è definire nuove patologie, ma capire cosa c’è alla base dei dati statistici. I ragazzi possono aver paura di perdere il telefono, di non essere connessi, di non avere abbastanza like sui social. A ogni comportamento viene attribuita una nuova patologia, ma forse le paure profonde degli adolescenti alla fine si somigliano tutte: la paura di crescere, di non essere all’altezza e di non essere accettati dagli altri. La paura di non essere collegato nasconde altro. Dietro alla nomofobia, ad esempio, per quanto emerge dalla letteratura scientifica, c’è il fatto che in quest’epoca profondamente narcisistica hai continuamente bisogno che gli altri ti dicano che sei bravo e bello. I giovani non riescono a interiorizzare la propria capacità di essere bravi”.

È un problema che c’è sempre stato? “Oggi le insicurezze sono più profonde”, spiega Bellagamba. “Tutti a 14 anni ci vedevamo brutti e volevamo cambiare qualcosa, ma questo solitamente non sfociava nel sentirsi continuamente senza valore in mancanza della costante approvazione degli altri. Lo mostrano tutti i selfie che vengono continuamente modificati prima di essere postati sui social”.

Cosa possono fare i genitori per arginare questa tendenza? “È capitato a tutti di andare al ristorante e vedere bambini anche di due anni tenuti calmi grazie a un telefono o un tablet mentre stavano a tavola. Se un genitore fa così non può pretendere che a 14 anni il figlio accetterà dei limiti nell’uso della tecnologia. I primi a dover utilizzare questi strumenti in modo consapevole sono gli adulti. Ai bambini vanno dati dei limiti fin da piccoli e devono essere avvicinati alla cultura, fatti incuriosire al mondo esterno, devono stare a contatto con i coetanei e passare del tempo all’aria aperta. La vera terapia contro queste dipendenze sono le relazioni con gli altri”.

Si tratta di una vera e propria patologia? “Sì, quella da smartphone può essere una dipendenza patologica. Per quanto riguarda gli adolescenti si riesce a identificare meglio, perché sugli adulti il confine è più labile. Spesso i telefoni vengono utilizzati per lavorare e allora è difficile capire il confine tra un uso finalizzato al lavoro e una vera e propria dipendenza”.  

I ragazzi saprebbero rinunciare a questi dispositivi? “Internet e cellulare sono fondamentali, altrimenti la vita è impossibile”, ci ha risposto una delle ragazze nel servizio di Enrico Lucci. La prima paura dei giovani? L’isolamento: “Devi essere sempre contattato dagli altri”. Ma anche la curiosità sembra giocare un ruolo importante: “Su Facebook guardo cosa fanno gli altri visto che io non ho una gran vita”, ci ha detto un ragazzo. “Spesso raggiungo anche 100 messaggi al giorno”. Sette di loro hanno acconsentito a stare 14 giorni senza cellullare e senza Facebook.

Li abbiamo intervistati poco prima di restituire loro i telefoni: “Pensavo di essere più indipendente invece non vedo l’ora che me lo ridiate”, ci ha detto una ragazza. “Sono andata in ansia”, fa eco un’altra studentessa. E anche per i ragazzi è stato difficile: “Ti senti vuoto, i primi giorni ho avuto un po’ di crisi”. E come spesso succede per le dipendenze, a mancare è anche solo il gesto: “Mi è mancato proprio il gesto, l’abitudine a farlo”.

Risultati positivi? “Ho riscoperto l’uso del telefono di casa”, racconta una ragazza. “Non utilizzando i messaggi non ci sono più fraintendimenti, è tutto più chiaro”. Non solo, c’è anche chi ha riscoperto un dialogo con i genitori.

“Quando sei sempre connesso la tua capacità di concentrazione diminuisce perché hai troppi stimoli”, ha commentato lo psicologo Stefano Caracciolo, che ha seguito con noi l’esperimento. “Senza cellulare  i ragazzi sono meno irritabili, meno ansiosi”. Ma anche senza arrivare a tanto basta “scegliere di non esserne schiavi”. 

Torniamo sul caso furbetti della raccolta dei rifiuti di Roma sollevato dall’inchiesta di Filippo Roma e Marco Occhipinti. Lo facciamo perché la sindaca Virginia Raggi continua a dare versioni diverse, sia sull’utilità della nostra segnalazione sia sulla commissione di controllo di Ama che avrebbe dovuto vigilare sugli operatori della raccolta. E crediamo che adesso la capitale meriti risposte definitive

L'ultima puntata

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