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Caso Uva, Cassazione conferma assoluzione di poliziotti e carabinieri. La sorella: "Sono schifata" | VIDEO

La Corte di Cassazione ha confermato le sentenze di primo e secondo grado sulla morte di Giuseppe Uva, 43enne di Varese morto dopo essere stato portato in caserma. Ci siamo occupati di questo caso con Mauro Casciari, ripercorrendo con la sorella di Giuseppe, Lucia, le dinamiche di quella sera

“Le vostre sentenze erano già scritte, perché quando non si vuole vedere, non si può vedere”, commenta così su Facebook Lucia Uva dopo la sentenza della Corte di Cassazione che conferma l’assoluzione per i sei poliziotti e due carabinieri per la morte di Giuseppe Uva, operaio di Varese morto il 14 giugno 2008 dopo un fermo dei carabinieri. I giudici erano chiamati a decidere se accogliere o meno i ricorsi presentati dalla procura generale milanese e dalle parti civili contro la sentenza della Corte d'assise d'appello di Milano che aveva assolto, confermando la sentenza di primo grado, gli imputati accusati di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona aggravato. 

Con Mauro Casciari, nel 2016, pochi giorni dopo l’assoluzione di carabinieri e poliziotti in primo grado, avevamo ripercorso la vicenda di Uva parlando con la sorella di Giuseppe, Lucia, come potete vedere nel video qui sotto. Era la notte del 14 giugno 2008, quando Uva cercava di spostare dal centro di Varese alcune transenne, assieme all’amico Albero Biggiogero. Dopo essere stati portati in caserma, dove Biggiogero sostiene di aver sentito l’amico gridare mentre veniva interrogato (tanto da chiamare lui stesso il 118), i carabinieri richiederanno per Giuseppe Uva il trattamento sanitario obbligatorio all’ospedale di Circolo di Varese, dove è morto la mattina dopo.

La famiglia della vittima ha sempre sostenuto che a causare la morte del 43enne siano state le percosse per mano delle forze dell’ordine mentre l’uomo era in custodia. “Una sentenza sbagliata rimane sbagliata anche se confermata in Cassazione”, commentano i familiari di Uva presenti ieri in aula. Lucia Uva, dopo la sentenza, commenta su Facebook: “Sempre più schifata! Ricordatevi che se aveste svolto bene il vostro lavoro il sig. Uva sarebbe ancora vivo, perché non si può morire per aver spostato una transenna e fatto un po’ di baldoria dopo una partita di calcio! Una giustizia divina esiste, vergognatevi”. 

Secondo il pg milanese Gaballo la condotta degli imputati sarebbe stata «inequivocabilmente la condizione necessaria» che ha portato alla morte di Uva, mentre nel verdetto di proscioglimento i magistrati di secondo grado scrivevano che non è possibile sostenere il «nesso causale» tra il comportamento di agenti e carabinieri e la morte dell'operaio. 

Intanto, l’avvocato della famiglia Uva, Fabio Ambrosetti, commenta: “Ci rivolgeremo alla Corte europea dei diritti dell’uomo”. Anche Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto dopo un fermo dei carabinieri, interviene: “Sono addolorata, come semplice cittadina non ho gli strumenti per comprendere tutto questo ma da cittadina, che ha seguito attivamente il processo Uva fin dai primi istanti, andando ad ogni udienza, posso dire che non dimenticheremo Giuseppe”.

All'indomani della sentenza, Lucia Uva, con un video su Facebook, parla di "un'Italia vergognosa e una giustizia malata". "Tutti questi anni di battaglie, di giornali, non servono a niente perché le vostre sentenze erano già scritte. Quando non si vuole vedere non si può vedere. Di Cucchi ce n’è uno solo, tutti gli altri sono inesistenti. Giuseppe Uva ieri l’avete ucciso per la terza vostra”. E rivolgendosi ai giudici:  “Voi non mi avete fermata, la mia battaglia a continuerà a Strasburgo”. 

Guarda qui sotto il servizio di Mauro Casciari su Giuseppe Uva. 

Una nostra fonte interna alla Corte costituzionale ci ha riferito che il presidente della Repubblica avrebbe telefonato al presidente della Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi il 24 settembre sul suicidio assistito. Abbiamo cercato fin dalla mattina di avere la versione del Quirinale, che ha smentito solo nel tardo pomeriggio. E solo una volta uscito l’articolo. Mentre la nostra fonte conferma tutto  

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