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Omicidio Serena Mollicone: innocenti in galera e ombra di depistaggi | VIDEO

Chi ha ucciso Serena Mollicone? Da questa domanda inizia l’inchiesta di Veronica Ruggeri e dal racconto del papà che dopo 18 anni teme ci siano stati depistaggi dietro le indagini ed è convinto che la figlia sia stata uccisa nella caserma dei carabinieri

È soprannominato come il “delitto di Arce”, dal paese in provincia di Frosinone dove 18 anni fa è stata uccisa Serena Mollicone, appena 18enne. Dopo tutto questo tempo l’assassino non ha ancora un nome. Veronica Ruggeri ricostruisce questa tragedia partendo dalle ombre che ancora avvolgono questo mistero.

L’omicidio è avvenuto ad Arce, un paese di pochi abitanti in cui c’è solo la chiesa, il bar in piazza e la caserma dei carabinieri. È il primo giugno del 2001 quando Serena scompare. Era la figlia del maestro delle elementari che aveva anche una cartoleria in centro. Tutti si preoccupano perché non era una ragazza solita fare tardi la sera. Non beveva, non fumava. E di certo, tutti escludevano che fosse scappata di casa. La cercano dappertutto e dopo due giorni il paese si risveglia con la peggiore delle notizie.

Serena viene trovata morta in un boschetto con le mani e i polsi legati e un sacchetto sopra la testa. Nessuno poteva immaginare che a ucciderla potrebbero essere stati quelli che dovevano proteggerla, cioè i carabinieri della caserma di Arce. “Noi andiamo lì per essere difesi non per essere ammazzati” dice Guglielmo, il padre di Serena. Da 18 anni sostiene che la figlia sia stata uccisa nella stanza di quella caserma, ma nessuno l’ha mai ascoltato.

Finché i carabinieri in servizio quella notte finiscono indagati. Tra loro c’è Franco Mottola che ai tempi era maresciallo, che sarebbe stato coperto da Francesco Suprano, così come il collega Vincenzo Quatrale.

Serena a 6 anni ha perso la mamma per una malattia. Accanto a lei c’erano il papà e tanti amici, “che purtroppo facevano uso di droga, ne ho visti morire 6 o 7 di overdose”, dice Guglielmo. Gli spacciatori si rifornivano nel paese vicino, Mondragone: “L’eroina faceva vittime ma nessuno controllava. La colpa era della caserma che non funzionava”. In quegli anni era diretta dal maresciallo Franco Mottola: “In quel periodo non ha mai controllato ad Arce per coprire il figlio Marco che spacciava droga”.

Lo sapeva anche Serena molto amica del ragazzo tanto che gli diceva di smetterla altrimenti lo avrebbe denunciato. “In sua difesa è intervenuto il maresciallo dicendole di lasciar perdere il figlio”, sostiene Guglielmo. L’ultimo giorno di Serena era iniziato con una visita in ospedale per la lastra ai denti, poi doveva stampare la tesina per l’esame di maturità e infine andare dal dentista. Alle 8 di sera però non si presenta a casa. E il papà inizia ad aver paura. “Alle 10 sono andato subito in caserma e stranamente c’era all’ingresso il maresciallo in borghese”. Guglielmo presenta denuncia per la scomparsa e una volta uscito inizia a cercarla ovunque. Ma c’è un’altra stranezza: “Rientrando a casa mi trovo il maresciallo che mi chiede degli oggetti di Serena diceva che gli servivano per le ricerche. Mi sono fidato e gli ho dato il diario e altre cose”.

In quelle ore si aggiunge la testimonianza di una barista. Sostiene di aver visto Serena quella mattina in compagnia del figlio del maresciallo, Marco Mottola avevano comprato un pacchetto di sigarette e viaggiavano sulla sua Ypsilon 10 bianca. Poche ore dopo però “ritratta tutto e dice di averla vista da sola e nel pomeriggio”, sostiene Guglielmo. Alla testimonianza della barista si aggiunge quella di Carmine Belli, il carrozziere della zona. “Ha detto di averla vista la mattina”, ma anche lui ritratta.

Serena viene trovata a 600 metri dal bar dove sembra sia stata vista. La scena è orribile, la ragazza è abbandonata senza vita in mezzo ai rifiuti. Ha mani e piedi legati e un sacchetto sulla testa. Nonostante la pioggia incessante delle ore precedenti, il suo corpo è asciutto. Dall’autopsia emerge che ha subìto un forte colpo alla testa.

Nelle ore della veglia funebre succede un’altra anomalia. “Il maresciallo mi ha chiesto di verificare se a casa ci fosse il cellulare di Serena”, racconta Guglielmo. “Io ero in chiesa, così ho mandato mio cognato”. L’uomo sostiene di aver guardato dappertutto, senza trovare nulla. “Qualche ora dopo, quando sono rientrato l’ho trovato subito in uno dei suoi cassetti che era stato controllato poco prima. Qualcuno lo deve aver messo durante la mia assenza”.

Un altro fatto strano succede durante il funerale di Serena: “Mottola si presenta e mi porta in caserma per firmare il ritrovamento del cellulare. Chiedo di poter tornare in chiesa, ma mi dicono di aspettare. Stavano architettando un depistaggio perché tutta Arce ha assistito al mio allontanamento”.

Dopo un calvario di mesi in cui lui era l’unico sospettato della morte della figlia, Guglielmo viene scagionato. Inizia a credere che quella mattina, dopo la lastra in ospedale Serena abbia incontrato il figlio del maresciallo come sostenuto in un primo momento dalla barista. “Di questa vicenda non voglio più parlare”, dice. E anche in paese si preferisce non commentare.

Guglielmo continua a sostenere che nell’uccisione della figlia c’entri Marco Mottola che è stato coperto dal papà maresciallo. Ma questa tesi non trova conferma nelle indagini che per un anno e mezzo brancolano nel buio. Nel 2003 arriva la svolta improvvisa: il primo presunto colpevole è Carmine Belli, il carrozziere del paese. “Gli trovano un bigliettino del nostro dentista e una busta simile a quella ritrovata sulla testa di Serena, ma tutti possono averla”, dice Guglielmo.

In quegli anni Belli era un personaggio chiacchierato. C’era chi diceva che pagasse le ragazze per fare sesso. “Non ho mai creduto che fosse l’assassino. Belli non ha né la forza né la capacità di depistare le indagini”, dice papà Guglielmo. Inizia il processo a carico del carrozziere, il comandante viene sentito, le sue risposte però sono ritenute “frammentarie e lacunose”, come emerge dalle carte. Dopo un anno e mezzo, Belli viene scarcerato perché non ritenuto responsabile dell’omicidio.

Ora è tornato a fare il carrozziere in paese. Noi siamo andati da lui e ci racconta di quella giornata del 1 giugno 2001. “Io da stronzo o da buon cittadino sono andato in caserma e al maresciallo Mottola ho dichiarato di aver visto la ragazza la mattina davanti al bar. Avevo detto che mi sembrava portasse una maglietta rossa e dei pantaloni neri”, racconta Belli a Le Iene. Un dettaglio che ha sempre fatto pensare fosse il colpevole. Altrimenti come faceva a essere così preciso. 

A telecamere spente glielo chiediamo. “Andate a domandarlo al maresciallo Mottola”, ci risponde. “Mi hanno interrogato dalle 2 del pomeriggio alle 6 di mattina e ho pure preso qualche schiaffone”, sostiene il carrozziere. “Gli serviva il più stronzo per l’opinione pubblica. E così hanno preso me che non so parlare, non ho soldi per difendermi”.

Il giorno in cui viene scarcerato davanti a casa sua lo aspetta Santino Tuzi, un brigadiere della caserma di Arce. “Si avvicina mi chiede scusa e mi dà una pacca sulla spalla, poi risale in auto”, racconta Belli. Il significato di quel gesto si capirà 4 anni dopo. Il 9 aprile 2008 il brigadiere Tuzi dichiara che il giorno della scomparsa Serena era andata in caserma e da lì non è più uscita. Tre giorni dopo viene trovato morto nella sua macchina. Tutti hanno detto che si trattava di suicidio

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