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Investì e uccise un 15enne, niente patteggiamento per il figlio del vigile

Santo Salerno, il figlio di un vigile di Siracusa, era piombato con l’auto del padre, non assicurata, sullo scooter del 15enne Renzo Formosa, uccidendolo. I colleghi del padre non gli avevano ritirato la patente, né fatto alcun test, come vi abbiamo raccontato con Nina Palmieri. Respinta la sua quarta richiesta di archiviazione: andrà a processo

Santo Salerno, responsabile della morte del giovane Renzo Formosa, andrà a processo per omicidio stradale. Per la quarta volta i giudici del tribunale di Siracusa hanno rigettato la sua richiesta di patteggiamento, che avrebbe comportato per il ragazzo una pena a 3 anni e 6 mesi di carcere.

“La giustizia deve far scontare la giusta pena a chi ha la responsabilità della morte del mio bambino che era assetato di vita”, spiega la madre del giovane ucciso dopo aver appreso della decisione del giudice, “Noi il nostro ergastolo lo stiamo scontando da 28 mesi e io non smetterò mai di subire questo strazio, per una perdita tanto assurda”.

Vi abbiamo raccontato la drammatica morte del 15enne travolto il 21 aprile 2016 nel servizio di Nina Palmieri che potete rivedere sopra. Renzo, uscito da scuola e a spasso con il suo scooter appena ricevuto in regalo, fa un giro nel centro di Siracusa. A un certo punto piomba su di lui una Panda bianca, che dopo un sorpasso vietato in curva perde il controllo, invade l’altra corsia e si schianta su Renzo.

A guidarla è Santo Salerno, il figlio 23enne di un vigile urbano, proprietario della Panda, un’auto che avrebbe dovuto rimanere ferma in garage perché priva di assicurazione. “I rilievi li hanno fatti un po’ come hanno creduto più opportuno”, dice il padre di Renzo a Nina Palmieri. 

I rilievi sembrerebbero in effetti lacunosi: nessuno ha fatto un test tossicologico a Santo, non gli viene nemmeno ritirata la patente (gli verrà sospesa solo otto mesi dopo l'accaduto). I due agenti intervenuti di pattuglia trattano l’accaduto come un normale incidente e non come “omicidio stradale”, secondo la legge entrata in vigore il 25 marzo di quell’anno.

 “La decisione di far sottoporre i soggetti coinvolti in incidenti automobilistici da parte della Polizia intervenuta (ai controlli per valutare lo stato di alterazione psico-fisica a seguito di uso di stupefacenti o alcol, ndr) costituisce una facoltà e non un obbligo”, recita un passaggio della richiesta di archiviazione per i due vigili. 

E poi, sul punto relativo al mancato ritiro della patente e al sequestro del veicolo dell’investitore, si spiega che il ritiro immediato della patente si fonda “sull’individuazione certa del responsabile dell’incidente, collegata a una percezione diretta dell’evento” o a una tale convergenza di testimonianze da non lasciare alcun dubbio. Insomma, gli agenti che intervennero sul luogo di quell’incidente mortale, non ebbero chiara percezione della responsabilità assoluta del figlio del loro collega (e dunque non c’è alcuna prova che lo abbiano voluto favorire). E per questo non gli ritirarono immediatamente la patente. Tutto secondo la legge, insomma.

Ma che questi due comportamenti, benché formalmente accettabili perché discrezionali, siano stati quanto meno inopportuni, lo avevano detto gli stessi vigili, nel comminare ai due sanzioni disciplinari.  

Per i due infatti in seguito erano scattati i provvedimenti disciplinari: 60 giorni di sospensione, a partire da gennaio, per l’ispettore più anziano e 15 giorni per il collega più giovane: i primi dieci giorni senza stipendio e il resto dei giorni al 50%.

“Mio figlio è stato ucciso tre volte”, aveva detto la madre di Renzo alla Iena. “Da un’auto, dai Vigili urbani e dalle bugie”.

Per i due vigili intervenuti sul luogo del sinistro è stata chiesta l’archiviazione. 

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