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Pantani, le testimonianze raccolte da Le Iene riaprono il caso? | VIDEO

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Il corpo del campione di ciclismo Marco Pantani è stato trovato il 14 febbraio di 15 anni fa in una camera d’albergo a Rimini. Per la giustizia è morto da solo per un’overdose di cocaina. Alessandro De Giuseppe ha ascoltato in esclusiva le parole di tre testimoni che potrebbero far riaprire le indagini 

La morte della leggenda del ciclismo Marco Pantani è una delle più grandi tragedie sportive italiane. Il 14 febbraio di 15 anni fa verso le 20.30, il suo cadavere è stato trovato in una camera d’albergo di Rimini, Marco aveva 34 anni.

Stiamo parlando di uno dei più grandi ciclisti degli ultimi anni, vincitore di Giro d’Italia e Tour de France nel 1998 e fermato per i livelli di ematocrito troppo alti nelle analisi di Madonna di Campiglio il 5 giugno 1999, quando stava per vincere il suo secondo Giro (anche questo caso ha sollevato molti dubbi: clicca qui per vedere il servizio di Alessandro De Giuseppe su questo caso)

Pantani, prima di morire, stava attraversando un periodo terribile, fatto anche di depressione e uso di sostanze stupefacenti. “Marco non ero più il mio Marco, perché usava cocaina”, dice la madre Tonina al nostro Alessandro De Giuseppe.

Restano dei dubbi sulla ricostruzione della sua ultima notte. Primo, nel filmato fatto dalla scientifica il lavandino del bagno si vede chiaramente che è attaccato al muro, ma tre diversi testimoni entrati prima della polizia sostengono di averlo visto in terra. 

Secondo, perché, sempre nel video della scientifica, accanto al corpo di Pantani si vede una grossa pallina di cocaina ma i soccorritori arrivati prima della polizia non la vedono. Terzo, perché se la mattina Marco ha chiesto alla reception di chiamare i carabinieri perché delle persone gli davano fastidio, nessuno l’ha fatto? 

Quarto, l’ex spacciatore che al tempo riforniva Pantani sostiene che il ciclista non avesse con se una dose di cocaina sufficiente a ucciderlo. Secondo lui l’unica spiegazione è che ne abbia presa dell’altra da qualche altra parte.

Quinto, le ferite sul corpo di Marco per l’avvocato della famiglia Pantani e secondo il primo del 118 ad arrivare sul posto non sarebbero state autoinflitte, come sostiene la magistratura.

Per i giudici c’è soprattutto una verità inoppugnabile che metterebbe a tacere ogni eventuale stranezza: Marco nella sua stanza all’Hotel le Rose di Rimini era solo e nessuno poteva entrare o uscire da lì senza essere visto e quindi solo lui può essere stato causa della sua morte.

Questa verità potrebbe essere però messa in discussione. Per uscire ed entrare nell’hotel si poteva utilizzare anche una porta secondaria che dava sui garage, come vi abbiamo raccontato anche in un precedente servizio di Alessandro De Giuseppe. 

Non solo Marco poteva uscire dunque senza essere visto ma, secondo il titolare di un bar poco distante, Pantani il giorno prima sarebbe andato a prendere un caffè nel suo locale. La testimonianza più clamorosa è quella di un ragazzo che sostiene che Marco i giorni prima della morte avrebbe dormito in un altro hotel e chiacchierato con altre persone, tra cui una ragazza.

Di questo nelle inchieste non risulta nulla, ma se fosse vero metterebbe in discussione la tesi che nei giorni prima della morte Marco fosse isolato e non avesse visto nessuno.

C’è anche una prostituta che conferma questa versione, dicendo che una sua amica e collega, sarebbe stata con il ciclista il giorno della sua morte.

Torniamo sul caso furbetti della raccolta dei rifiuti di Roma sollevato dall’inchiesta di Filippo Roma e Marco Occhipinti. Lo facciamo perché la sindaca Virginia Raggi continua a dare versioni diverse, sia sull’utilità della nostra segnalazione sia sulla commissione di controllo di Ama che avrebbe dovuto vigilare sugli operatori della raccolta. E crediamo che adesso la capitale meriti risposte definitive

L'ultima puntata

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