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Dal parricidio al networking: la doppia vita di Luigi oltre il carcere | VIDEO

Ha ucciso al padre violento e una volta in carcere ha iniziato a studiare. Oggi Luigi Celeste è un tecnico specializzato nella sicurezza informatica. A Pablo Trincia racconta delle sue vite separate da quel parricidio a 23 anni

Sparai verso mio padre, scaricai l’intero scaricatore”. Inizia da qui il racconto di Luigi Celeste, 23 anni, di quel 20 febbraio 2008, quando ha impugnato una Beretta e ha sparato contro suo papà. Questa però non è solo la storia di un parricida, è quella di due vite completamente diverse vissute dallo stesso ragazzo e separate da quell’atroce omicidio.

La prima vita di Luigi è quella caratterizzata da quel padre violento. “Nella sua vita ha scontato più di 23 anni di carcere”, dice il figlio. “Sfogava la sua debolezza mentale con la gelosia verso nostra madre che ha perso tutti i denti per le botte prese da lui”. Quando Luigi ha 10 anni, la donna prende il coraggio e denuncia. L’uomo perde la patria potestà, lei finisce in comunità e i figli vengono affidati ai servizi sociali. A 18 anni, Luigi diventa uno skinhead di estrema destra. Nel 2004 partecipa a una rissa e si prende 9 mesi di carcere.

Scontata la pena ritorna a casa, dove nel frattempo si presenta il papà anche lui in uscita da galera. Luigi non è più un bambino e si sente al livello del padre. Per la giornata della donna del 2007, il fratello di Luigi regala alla madre delle mimose. Il padre pensa a una relazione incestuosa tra i due. “Inizia l’inferno per noi e le minacce per mio fratello”, dice Luigi. Riprendono anche le botte per la donna. Luigi vuole difenderli. Il padre si presenta da lui e gli mostra un coltello facendogli intendere di essere sempre armato.

Luigi recupera un’arma e se la mette in tasca. “Così mi sentivo più tranquillo”, dice. Qualche sera dopo, scoppia l’inferno. Durante una lite, il papà tira fuori il coltello. “Quella situazione doveva finire, quindi presi la pistola e iniziai a sparare scaricando l’intero caricatore”, racconta Luigi. Dopo l’omicidio, lui si consegna. Così finisce la sua prima vita. 

Viene condannato a 12 anni, poi ridotti a 9. “Mi sono detto che dal carcere doveva rinascere una nuova persona”, dice. “Ho iniziato a studiare buttandomi a capofitto nell’inglese e nell’informatica”. Frequenta corsi di networking che possono dargli un’opportunità lavorativa una volta uscito. Dopo un anno di reclusione, sostiene un esame ed è il primo detenuto in Italia a ottenere questa certificazione.

Oggi è un uomo libero. È un tecnico specializzato nella sicurezza informatica e riesce anche a girare il mondo. Rispetto al passato non ha rimorsi. “Uccidere una persona è sbagliato, ma quando non hai alternative per vivere…”, dice. “Io sono a posto con la mia coscienza. Non avevo alternative”. 

Una nostra fonte interna alla Corte costituzionale ci ha riferito che il presidente della Repubblica avrebbe telefonato al presidente della Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi il 24 settembre sul suicidio assistito. Abbiamo cercato fin dalla mattina di avere la versione del Quirinale, che ha smentito solo nel tardo pomeriggio. E solo una volta uscito l’articolo. Mentre la nostra fonte conferma tutto  

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