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Sea Watch, la Capitana e la regola di Philippe: “Se salvi qualcuno, sei responsabile della sua vita”

Carola Rackete, capitana della nave Sea Watch 3 con a bordo 42 migranti, ha forzato il blocco navale italiano per farli sbarcare a Lampedusa. Noi con Nina Palmieri vi abbiamo raccontato un altro capitano, che ha salvato migliaia di immigrati. Con una filosofia che li unisce in un’unica legge del mare

“Basta, ho deciso di entrare nel porto di Lampedusa”. È iniziato così, con voce calma e decisa via radio, il braccio di ferro tra Carola Rackete, la capitana della nave olandese Sea Watch 3 con a bordo 42 migranti e il governo italiano. La sua decisione, presa nel primo pomeriggio di ieri, di forzare il blocco navale, ha scatenato l’ira del ministro dell’interno Matteo Salvini, “il Capitano” della Lega: “Schiero la forza pubblica, non sbarca nessuno”, ha annunciato su Facebook. “Chi se ne frega delle regole ne risponde, lo dico anche a quella sbruffoncella della comandante della Sea Watch che fa politica sulla pelle degli immigrati pagata non si sa da chi. Cosa aspetta qualcuno a emettere un ordine di arresto?". “So a cosa vado incontro ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo”, ha detto Carola e ha fatto rotta su Lampedusa, nonostante il divieto di entrare in acque italiane. “Non riporterò i migranti in Libia, né tanto meno in Olanda, vorrebbe dire circumnavigare l’Europa, sarebbe ridicolo”. 

E la figura di Carola Rackete, tedesca di 31 anni, è salita subito al centro dell’attenzione dei media, sarà anche per lo scontro mediaticamente facile tra la Capitana e il Capitano.

“Fosse per me sarei già attraccata a Lampedusa fin dal primo giorno”. La sua determinazione non vacilla, anche perché sente di avere un conto in sospeso con l’umanità: “La mia vita è stata facile: ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità”.

La sua fermezza ricorda un altro capitano che di vite in mare ne ha salvate molte. È Philippe Martinez, che noi de Le Iene abbiamo conosciuto nel 2015 in un servizio di Nina Palmieri che potete vedere qui sotto. “Un salvataggio è un salvataggio, è obbligatorio”, ha detto alla Iena, raccontandoci il suo ultimo soccorso in mare di migranti provenienti dalla Libia. “Quando sono saliti a bordo la prima reazione è stata solo quella di lasciarsi cadere a terra. Erano esausti, si lasciavano andare e noi li reidratavamo. Ho visto persone che erano talmente disidratate che se avessero passato un altro giorno sotto il sole a 40 gradi, l’indomani avremmo trovato 10, 20 morti a bordo. Ancora prima di salire sulla barca la domanda era sempre ‘dove andiamo?’. Hanno troppa paura di essere riportati in Libia. Preferiscono morire". 

L’estate prima il capitano aveva soccorso 1.840 persone. Aveva avuto problemi legali? “Legali no perché un salvataggio è un salvataggio, è obbligatorio. Al contrario, se non fossi andato in aiuto di quelle persone sapendo che erano in pericolo, allora sì che avrei commesso un crimine. Ho anche visto su Internet che ci sono persone secondo cui dovrei essere processato, per aver portato dei terroristi in Europa tra i migranti. Innanzitutto non ho portato nessuno, ho solo consegnato queste persone alle autorità italiane che comunque sarebbero intervenute più tardi. Potevano esserci dei morti perché forse non sarebbero arrivate tempestivamente”.  

Philippe conclude con una frase, che sembra il ritratto della coraggiosa Carola Rackete: “Quando uno salva qualcuno, diventa responsabile della sua vita”.

Ecco qui sotto il servizio di Nina Palmieri.

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