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Tragedia di Rigopiano: richieste d'aiuto ignorate e telefonate sparite | VIDEO

Ventinove persone sono morte sotto le macerie dell’hotel Rigopiano, travolto da una valanga il 18 gennaio 2017. Roberta Rei e Marco Fubini indagano su tutto quello che non ha funzionato in quella giornata: era possibile evitare questa tragedia?

Alle 16 e 47 del 18 gennaio 2017 una valanga ha travolto l’hotel Rigopiano, nel comune di Farindola in Abruzzo. Gli ospiti della struttura erano quaranta: ventinove sono morti, solo undici sono sopravvissuti. L’allarme viene lanciato poco dopo da Giampiero Parete, tramite il suo datore di lavoro Quintino Marcella. Inizialmente la prefettura sembra non credere alla tragedia e questo causerà un ritardo nella partenza delle operazioni di salvataggio.

Non è però solo quel ritardo a destare perplessità: era possibile prevenire quella tragedia? C’è qualcosa di grave che non ha funzionato nella catena di soccorso? Roberta Rei e Marco Fubini hanno indagato su quanto è successo fin dal mattino di quel tragico giorno e sono davvero tante le cose che sembrano non tornare.

Ma andiamo con ordine: nei minuti successivi alla tragedia, a lanciare il primo allarme è appunto Giampiero Parete. L’uomo, ospite della struttura, è fuori vicino alla sua auto e viene risparmiato dalla valanga: “C’erano le macchine che erano come spade conficcate nella neve, sembrava fosse scoppiata una bomba”. In quel momento l’hotel di Rigopiano è seppellito sotto 40mila tonnellate di neve. Dopo la prima telefonata al 118, Giampiero continua a chiamare: “Questi numeri di soccorso erano sempre occupati. A quel punto chiamo il professore, è del posto e magari ci aiuta”.

Il professore è Quintino Marcella, che riceve la telefonata e chiama subito i numeri d’emergenza, ma non viene creduto. “Questa storia va avanti da stamattina”, gli rispondono dalla Prefettura. “I vigili del fuoco hanno fatto la verifica e non c’è nessun crollo all’hotel Rigopiano”. Di fronte all’insistenza di Marcella la risposta è incredibile: “Purtroppo la mamma degli imbecilli è sempre incinta”. Pensano che si tratti di uno scherzo, ma in quel momento ci sono decine di persone sepolte sotto la valanga. Ventinove moriranno.

Quintino Marcella continua a insistere e viene messo in contatto con un volontario della Protezione civile. È lui il primo a credere al crollo dell’hotel Rigopiano e solo dopo un ora e venti la macchina dei soccorsi si mette in moto. Le operazioni d’emergenza raggiungeranno la zona solamente all’alba del giorno dopo a causa non solo dei ritardi ma anche dell’impraticabilità della strada che conduceva all’hotel.

Si è sempre sostenuto che si fosse saputo troppo tardi dell’isolamento in cui si trovava l’hotel e del pericolo imminente. Eppure sembra che le cose non stiano proprio così: Gabriele D’Angelo, cameriere a Rigopiano poi tra le vittime della valanga, già dalla mattina – cinque ore prima della tragedia - aveva chiamato in Prefettura per chiedere aiuto. “Aveva capito che stava succedendo qualcosa di brutto”, racconta il fratello gemello di Gabriele. Quel giorno la terra ha tremato varie volte e gli ospiti della struttura erano spaventati. Durante le prime indagini sul crollo, quella telefonata non è emersa. Perché?

“Nel momento in cui c’è una situazione di allerta esistono dei piani di emergenza che il Prefetto deve adottare, delle procedure”, sostiene l’avvocato Camillo Graziano. “In quella situazione non è stato fatto nulla di tutto ciò”. Anche a causa di questo le telefonate con le richieste di soccorso sembra non siano state appuntate correttamente: le indagini su quanto accaduto quel giorno partono così dal presupposto che nessuno sapesse dello stato di isolamento dell’hotel, che invece sembra fosse stato denunciato da d’Angelo. Ci vorranno due anni perché la telefonata emerga. “Se i soccorsi si fossero attivati con la telefonata di Gabriele, quante persone si potevano salvare?”, si chiede il fratello.

Per capire l’importanza di quella chiamata, è necessario tornare al giorno prima la tragedia: il 17 gennaio. Secondo il racconto di alcuni sopravvissuti la sera prima la strada che portava all’hotel era già ridotta a una corsia e per salire era necessario il lavoro degli spazzaneve. La polizia provinciale, raccontano, lavorava per organizzare il traffico e permettere agli ospiti di raggiungere la struttura. Anche il sindaco sembra sapesse delle condizioni difficili della strada. E allora perché si continuava a permettere ai turisti di recarsi all’hotel? “Il sindaco aveva chiuso le scuole: perché quelle sì e l’hotel no?”. 

La mattina dopo, quella della tragedia, c’è chi vuole lasciare l'hotel ma la strada è completamente bloccata. La terra incomincia a tremare forte ed è in quel momento che Gabriele d’Angelo chiama per chiedere aiuto, ma la sua richiesta sembra cadere nel vuoto. Alle 15 Gabriele telefona alla sua fidanzata, chiedendole di andare in Comune per far intervenire uno spazzaneve che permettesse loro di lasciare l’hotel: “La situazione è insostenibile, i clienti sono nel panico e se ne vogliono andare”, racconta la fidanzata. “Mi sono recata subito al Centro operativo del Comune, ma non c’era nessuno”.  Mentre tutto rimane ancora fermo, alle 16 e 47 si stacca la valanga che travolge la struttura.

Nel servizio di Roberta Rei e Marco Fubini, che potete vedere qui sopra, alcuni dei sopravvissuti raccontano quelle drammatiche ore e giorni passati sotto le macerie in attesa che qualcuno li portasse in salvo: “Sono rimasto bloccato con solo un braccio libero, avevo la faccia schiacciata contro una persona morta”, ricorda uno dei sopravvissuti. Solo due persone restano incolumi: Giampiero Parete, che darà per primo l’allarme, e Fabio Salzetta, un dipendente che in quel momento si trovava nel locale caldaia esterno all’hotel.

Per due anni si è parlato della tragedia di Rigopiano partendo dalla telefonata di Quintino Marcella, avvenuta poco dopo l’impatto della valanga contro l’hotel. Solo dopo si scopre che Gabriele d’Angelo aveva chiesto l’intervento dei soccorsi ben 5 ore prima del disastro, con chiamate ricevute sia in Prefettura sia dal Centro operativo del comune di Penne. Il processo su quanto accaduto quel giorno è partito senza che le telefonate di D’Angelo emergessero. Sembra, però, che quelle chiamate fossero note: il 27 gennaio 2017, nove giorni dopo la tragedia, una email certificata inviata dal capo della Squadra mobile al tenente colonnello dei Carabinieri Anna Maria Angelozzi, incaricata delle indagini, dà notizia di una telefonata di d’Angelo. Lei però non lo mette subito agli atti: succederà solo due anni dopo. “Io non le posso dire nulla”, ha risposto Anna Maria Angelozzi a Roberta Rei.

Le prime indagini sulla prefettura di Pescara, il luogo dove sarebbe scomparsa la telefonata di Gabriele D’Angelo, le ha fatte la Squadra mobile di cui Pierfrancesco Muriana era il capo. A telecamere spente Muriana ci dice: “Ho avuto l’impressione di aver fatto una scoperta importante, perché spostava l’orologio della richiesta dei soccorsi. Sarà il processo a dire se cambiava o meno l’esito, però sicuramente era un elemento che andava messo nel patrimonio informativo”. Si sapeva, insomma, già dal mattino delle difficoltà all’hotel Rigopiano. “Se la telefonata al coc fosse stata nascosta... sarebbe grave”, sostiene poi Muriana.

Gabriele D’Angelo chiamava dalla mattina per chiedere soccorso, le autorità erano state informate, eppure i soccorsi partirono solo dopo la tragedia. Il procedimento per il presunto depistaggio sarà riunito al processo principale sul disastro: se verranno accolte le richieste di rinvio a giudizio saranno in totale 29 le persone accusate a vario titolo di disastro colposo, omicidio plurimo colposo, lesioni plurime colpose, falso ideologico, abuso edilizio, abuso d'ufficio, omissione di atti d'ufficio e altri reati minori.

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