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Venezuela: l'Europa dice sì a Guaidò mentre l'Italia litiga da sola

L’Unione europea riconosce Juan Guaidò come Presidente ad interim del Paese. L’Italia si astiene, ma solo dopo un duro botta e risposta tra Lega e Cinque Stelle. Mentre lui, Guaidò, ci chiede di “riconoscere il cambiamento”

Guaidò sì. Guaidò no. Guaidò forse. Il nostro governo si riesce a spaccare, ancora una volta, anche sul voto dell’Unione Europea rispetto al riconoscimento da dare all’auto-proclamato presidente Venezuelano Juan Guaidò.

Il Parlamento europeo ha infatti riconosciuto Guaidò come presidente ad interim del Paese sudamericano, dopo che il capo dell'opposizione e leader dell'Assemblea nazionale aveva deciso di scendere in campo frontalmente contro il padre-padrone del Venezuela, Nicolas Maduro.

Il voto a favore di Guaidò è arrivato grazie a 439 sì, mentre in 104 hanno votato per la continuità con Maduro. E infine sono arrivate 88 astensioni. Tra queste, ma dopo un informale braccio di ferro a distanza tra Cinque Stelle e Lega, quella appunto dei loro rappresentanti.

Una “battaglia” che era partita prima del voto, come le dichiarazioni incendiarie di Alessandro Di Battista, che aveva scritto: “Firmare l'ultimatum UE al Venezuela è una stronzata megagalattica. E' lo stesso identico schema che si è avuto anni fa con la Libia e con Gheddafi. Identico. Qua non si tratta di difendere Maduro. Si tratta di evitare un'escalation di violenza addirittura peggiore di quella che il Venezuela vive ormai da anni. E mi meraviglio di Salvini che fa il sovranista a parole ma poi avalla, come un Macron o un Saviano qualsiasi, una linea ridicola”.

Ma è il voto ufficiale ad aver dato fuoco alle polveri.

A dare il via alle schermaglie era stato il sottosegretario agli Esteri, Cinque Stelle, Manlio Di Stefano, che aveva spiegato: “L’Italia non riconosce Guaidò”. A stretto giro di posta si era fatto poi sentire il leghista Guglielmo Picchi, che non aveva usato mezzi termini:  “La Lega considera la presidenza Maduro terminata“.

A complicare il quadro, all’insegna della massima confusione sotto al cielo di Bruxelles, il commento del 5 stelle Fabio Massimo Castaldo: “Non siamo né pro né contro Maduro, difendiamo i diritti umani”.

E stando ad alcune indiscrezioni filtrate in queste ore L'italia si sarebbe già messa di traverso, in occasione della riunione a Bucarest dei capi delle diplomazie Ue, sulla proposta di compromesso che accettava il ruolo di Guaidò fino a nuove elezioni. Unica tra i 28 paesi.

Lotte politiche interne a parte, la sfida è adesso quella di dare approvazione ai rappresentanti che le nuove autorità legittime del paese vorranno nominare, e soprattutto arrivare a libere elezioni senza passare per il bagno di sangue di una guerra civile.

Vi avevamo già parlato della delicatissima situazione politica del Paese (clicca qui per l’articolo), subito dopo l’auto-proclamazione a presidente ad interim di Guaidò.

Il Venezuela intanto resta in queste ore sull’orlo del baratro, tra speranza di democrazia e paura di precipitare in una guerra civile. È in corso infatti una sfida a muso duro con il padre-padrone Maduro, che solo due settimane fa aveva dato il via al suo secondo mandato da Presidente.

L’opposizione, Guaidò in testa, aveva subito contestato il risultato delle elezioni, e il 23 gennaio era arrivata la svolta. “Il presidente adesso sono io”, ha dichiarato alla folla Guaidò.

Le reazioni internazionali, ovviamente, non si sono fatte attendere, a partire dal presidente Usa Donald Trump, che si è affrettato a riconoscere la proclamazione di Guaidò (“Maduro e il suo regime sono illegittimi”, ha detto “The Donald”) invitando tutto il mondo e in particolare l’Occidente a fare altrettanto. Con Guaidò si sono subito schierati i Paesi membri dell’Organizzazione degli Stati americani (35 paesi tra cui Canada, Brasile e Perù) e questo appoggio ha naturalmente ridato speranza ai contestatori di Maduro (sostenuto invece principalmente da Cina e Russia).

Purtroppo inevitabili, subito dopo questa proclamazione, i primi scontri e i primi morti, arrivati in queste ore alla cifra di oltre 40 in poco più di una settimana.  

Maduro guida con braccio di ferro il Venezuela da quasi 6 anni (dopo aver di fatto ereditato metodi e ideologie dell’uomo forte per eccellenza, Hugo Chavez, morto nel 2013), anni di rivolte, di fame e repressione, come vi abbiamo raccontato nel reportage di Gaston Zama, che potete vedere qui sotto, assieme alla modella e showgirl venezuelana Mariana Rodriguez. 

La risposta di Maduro a quello che ha definito “un colpo di stato in corso” è stata netta, come da copione: "Siamo la maggioranza, siamo il popolo di Hugo Chavez. Siamo in questo palazzo per volontà popolare, soltanto la gente ci può portare via".

“Resteremo qui finché il Venezuela non sarà liberato", ha ribattuto Guaidò, e adesso davvero tutti temono si possa arrivare allo scontro frontale tra gli opposti schieramenti: al bagno di sangue.

Ad ottobre 2017 avevamo realizzato il lungo reportage che potete vedere qui sotto, un viaggio in compagnia della modella e showgirl venezuelana Mariana Rodriguez, per capire il dramma che si vive in quel Paese, tra repressioni indiscriminate della protesta anti-chavista e povertà estrema.

Eravamo poi tornati a parlare di Venezuela meno di un anno dopo, con questo articolo che aveva raccontato la gravissima crisi economica che attanagliava il Paese.

Un servizio scritto in occasione dell’introduzione di una nuova moneta, il “bolívar sovrano”, che ha 5 zeri in meno rispetto alla precedente, il “bolívar forte”. Una moneta creata dal governo del presidente Nicolas Maduro per contrastare la super-inflazione e la crescita smisurata dei prezzi e per dare una spinta alla crisi economica che sta paralizzando il Venezuela.

L'introduzione della nuova moneta, che è di maggior valore rispetto alla precedente, era stata subito accolta con scetticismo da economisti e opposizione. Vi avevamo mostrato i durissimi effetti della crisi politica, economica e istituzionale del Venezuela, una crisi che ha indotto sempre più venezuelani a fuggire (l’Onu ha calcolato che solo nel 2018 sono scappati in 500mila). Molti attraversano il confine con il Brasile a Pacaraima (nello Stato di Roraima).

E a peggiorare una situazione già insostenibile era anche arrivato un fortissimo terremoto, di magnitudo 7.3, che aveva colpito anche la stessa Caracas.

Ora, questo voto dell’Unione Europea potrebbe dare la scalzata definitiva al potere di Nicolas Maduro o buttare ancora più benzina sul fuoco. Intanto lui, l’uomo che vuole far voltare pagina politica al Paese, Juan Guaidò, trova anche il tempo di rivolgersi all’Italia (e viste le baruffe interne al nostro governo forse ha fatto bene), chiedendo che il nostro Paese “riconosca il cambiamento”. Ma “Il governo del cambiamento” in Italia non sembra aver colto il messaggio.

Guarda qui sotto il reportage di Gaston Zama realizzato in Venezuela

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