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Abbattuta Vela di Scampia: “Non è il simbolo di Gomorra, ma del fallimento della politica”

La Vela Verde nel quartiere di Scampia a Napoli non c’è più. “Non dobbiamo concentrarci sull’edilizia, ma su cultura e lavoro”, commenta Emanuele che tra quelle Vele c’è cresciuto, raccontando poi il quartiere anche in un libro

La Vela Verde di Scampia è stata demolita. La gru da 130 tonnellate, la "superlong 980 demolition”, ha portato a termine il compito che aveva iniziato il 20 febbraio scorso e interrotto a causa della pandemia. Gli operai hanno esultato all’ultimo colpo: il progetto Restart Scampia, che ha come obiettivo la riqualificazione urbana dell’aera Nord di Napoli, prevede l’abbattimento di tre Vele e la riqualificazione della Vela B. Il primo passo è fatto: della Vela Verde, struttura di cemento alta 45 metri, è rimasto ben poco, un rudere che sarà abbattuto entro la prossima settimana.

“Molti dicono che è stato abbattuto il simbolo di Gomorra. Io dico che prima di essere il simbolo di Gomorra, questa come le altre Vele sono il simbolo di un fallimento istituzionale”, ci dice al telefono Emanuele Cerullo, che tra quelle Vele ci è cresciuto per poi emanciparsi da un’ambiente su cui ha scritto un libro: “Il Ventre di Scampia”.

“È il simbolo di un fallimento istituzionale perché quando le Vele furono costruite l’architetto le aveva progettate in un modo e sono state costruite in tutt’altro”, continua Emanuele. “Tutto quello che è venuto dopo, delinquenza, spaccio, c’è stato ma non dobbiamo trascurare ciò che ha portato a ghettizzare le fasce più deboli in una zona di edilizia popolare. Se all’edilizia sostituiamo altra edilizia non è una riqualificazione. Se abbatti le Vele e ti limiti a spostare il degrado, il degrado resterà, seppur spostato. Per questo dico che occorrono altri investimenti. La politica deve tornare a fare quello che deve fare, cioè occuparsi dei cittadini”.  

Emanuele in quel quartiere ci è cresciuto e nell’intervista a Iene.it che potete vedere qui sotto ci ha raccontato la sua infanzia tra le Vele.

“Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza travagliata perché era proprio il periodo della faida di camorra nei primi anni 2000. Quando prendevamo lo scuolabus i militari ci perquisivano gli zainetti e il mio primo cadavere l’ho visto a otto anni”, ci ha raccontato. “Alle Vele le condizioni abitative non sono mai state accettabili. È un quartiere con una concentrazione altissima di giovani, al tempo stesso tutte le persone che vivevano in questi mostri di cemento erano persone che non avevano lavoro e quindi spesso si trovavano a delinquere”.

Emanuele da quel contesto è riuscito a uscire e a prendere una strada diversa da quella di molti suoi amici d’infanzia. “Mio fratello mentre c’era la faida, tra il 2005 e il 2007, mi regalava dei libri perché lavorava in una libreria. Io proprio per via della faida non potevo uscire di casa e quindi passavo le giornate a leggere e scrivere”. Così Emanuele coltiva il suo talento: “La mia prima raccolta di poesia risale a quando ero alle medie”. E nel 2016 ha pubblicato il suo libro “Il ventre di Scampia”, dove racconta appunto la sua infanzia. Ed è questo il consiglio che Emanuele dà a tutti quei ragazzi che si trovano a crescere in contesti difficili come il suo: “Il guadagno facile non vi fare una bella vita. Dovete puntare sul vostro talento”. 

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