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Coronavirus, Lucia: “Io, cassiera al supermercato: allo sbaraglio e a rischio di infettarmi”

Lo sfogo di una cassiera di un supermercato dove le norme anti Covid verrebbero applicate in modo troppo parziale “per non disturbare il business”

“A noi cassiere dei supermercati chi ci pensa? Ci hanno abbandonato, si bada solo a non disturbare il business!”. Abbiamo raccolto lo sfogo di una cassiera, che si è rivolta a Iene.it per raccontare quello che starebbe succedendo all’interno di un supermercato e che non rappresenta ovviamente un intero settore.

Uno sfogo reso in forma anonima perché Lucia (la chiameremo così) ha paura di subire ritorsioni sul lavoro: “Io faccio la cassiera addetta alle vendite ma sono anche delegata sindacale e quindi, oltre a vedere io stessa in prima persona le cose che non vanno, raccolgo ogni giorno gli sfoghi e le preoccupazioni dei miei colleghi. Noi siamo sempre aperti, dalle 8 alle 21, domenica e festivi compresi. In questo momento in cui i centri commerciali sono chiusi nel fine settimana, da noi soprattutto dopo le 18 è un vero carnaio”.

Lucia racconta che sarebbero numerose le inadempienze alle regole anti Covid: un rischio assai grave tanto per la clientela quanto per chi è costretto a lavorare in queste condizioni per nove ore al giorno.

“Nessuno controlla niente, tutto è lasciato alla libera interpretazione dei protocolli da parte dei nostri titolari. Noi abbiamo un punto vendita di meno di 500 metri quadrati dove, a quanto ci dicono, dovrebbero starci quasi 100 clienti più almeno una trentina di dipendenti: la matematica non è un’opinione, vi rendete conto? Le cose non vanno così. Non ci sono controlli della temperatura all’ingresso e nessun contingentamento delle entrate. La temperatura la misurano solo ai dipendenti, quando si ricordano di farlo. Ai tempi del primo lockdown la politica ufficiosa era che il cliente non facesse la fila fuori: e noi allora dobbiamo ammalarci… Noi cassiere siamo protette dal contatto con il cliente attraverso un plexiglass ma poi alle spalle della mia cassa, a meno di 70 centimetri di distanza, c’è l’altra collega. Meno di 70 centimetri: ma ci prendiamo in giro?”.

“Un collega di un reparto è risultato positivo: lo si è semplicemente sostituito dopo aver sanificato quel reparto”, prosegue Lucia. “Ma nessuno ha pensato al fatto che quel collega non stava solo dietro al bancone ma andava in direzione, al punto informativo, a parlare con altri colleghi: si è sanificato solo il suo reparto e tutto è finito lì. È capitato anche che qualche cliente entrasse con mascherine non proprio adeguate o magari con i foulard e quando lo abbiamo fatto notare i responsabili ci hanno detto: ‘Ma magari era uno allergico…’”.

“Una collega tempo fa ha avuto una lettera di richiamo perché voleva far rispettare le regole chiedendo a un cliente di indossare la mascherina e le è stato detto che ci sono modi e modi, ma lei era stata assolutamente cortese”, conclude. “E ancora una cosa: il protocollo di sicurezza dice che all’interno del supermercato dovrebbe entrare una sola persona per famiglia ma accade assolutamente il contrario e nessuno lo fa notare al cliente. Ma perché poi dobbiamo pagare noi lavoratori per tutti?”.

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