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Coronavirus, Financial Times: “Dobbiamo imparare a conviverci”. Perché non si fanno piani a lungo termine?

Un articolo d’opinione pubblicato sul Financial Times critica duramente il governo inglese per la decisione di nuove restrizioni nazionali: “Dobbiamo smettere di trattare il coronavirus come un’emergenza e abituarci all’idea che resterà con noi a lungo”. E nemmeno l’Italia sta ragionando a lungo termine

“We must learn to live with this thing”, dobbiamo imparare a convivere con il coronavirus. Il Financial Times, prestigioso quotidiano britannico, ha duramente criticato la decisione del governo di Londra di imporre nuove restrizioni emergenziali a causa del riacuirsi della pandemia. Il punto della critica è questo: “Dobbiamo smettere di trattare il coronavirus come un’emergenza e abituarci all’idea che resterà con noi a lungo”.

Un articolo che ricalca la sensazione che molti stanno vivendo in queste settimane: manca una visione a lungo termine, un’idea di ampio respiro di come convivere con un nuovo virus che potrebbe restare con noi a lungo. Perché, come correttamente ricorda il Financial Times, i vaccini attualmente allo studio non dovrebbero essere disponibili in grandi quantità almeno fino a marzo. Potrebbero anche arrivare dopo, oppure rivelarsi non efficaci. O non essere scoperti affatto.

Nel Regno Unito, così come in Italia, il coronavirus viene vissuto come se fosse un’emergenza. Eppure è con noi da ormai nove mesi e ci resterà almeno fino alla prossima estate. Com’è possibile che nessuno stia cercando di immaginare un nuovo equilibro per imparare a convivere con il virus?

Tutta Europa è pronta a ricorrere nuovamente al lockdown: la Francia lo ha già fatto, l’Italia potrebbe deciderlo a breve. Regno Unito, Spagna, Germania e Portogallo stanno imponendo nuove restrizioni. La conseguenza a breve termine sarà sia un riduzione dell’Rt, il tasso di contagiosità, ma anche una nuova forte contrazione del prodotto interno lordo del paese.

A causa del primo lockdown, l’Italia dovrebbe perdere su base annuale il 10,5% del Pil secondo le stime dell’Ocse. Nonostante il rimbalzo estivo, secondo il prospetto di giugno la seconda ondata potrebbe comportare una contrazione del reddito nazionale del 14%, la più grande mai registrata dal secondo Dopoguerra. E non è solo l’economia a soffrire di queste misure emergenziali: secondo uno studio condotto da due professori dell’università di Torino, un italiano su quattro ha accusato sintomi dei disturbi d’ansia e d’insonnia durante il lockdown di primavera. Anche la salute mentale è messa a dura prova.

Uno scenario che potrebbe ripetersi ancora peggiore durante una seconda serrata: “Sarà più dura da affrontare a livello mentale per gli italiani. Accanto all'ansia e allo stress, già vissuti con il primo lockdown di marzo e aprile, oggi si affaccerebbero anche disturbi come la depressione e poi anche la rabbia”, ha detto il direttore del dipartimento di Salute mentale Asl Roma 2. Tra le cause, ce n’è una che salta subito all’occhio: “Non riuscire più a vivere la propria vita, l'idea di non poter uscire e vedere gli affetti può avere effetti importanti sulle persone più fragili, così come non vedere la luce alla fine del tunnel”.

Già, la luce alla fine del tunnel. Mentre l’economia e la salute mentale degli italiani sono messi a dura prova dalle rinnovate serrate, i decisori politici sembrano guardare al possibile arrivo del vaccino come al Santo Graal che farà sparire la pandemia. Ma c’è un grande assente dal dibattito pubblico: un piano a lungo termine per imparare a convivere con il coronavirus.

Nei vari decreti licenziati dal governo, infatti, non c’è traccia di una programmazione per il futuro: ci sono giustamente stanziamenti a favore delle attività costrette a chiudere, potenziamenti dei sistemi sanitari, rinnovo della cassa integrazione in deroga, chiusura delle scuole. Misure sacrosante nella prima fase di un’emergenza, ma insufficienti a programmare il futuro. Uno scenario molto simile a quello denunciato dal Financial Times nel Regno Unito.

Sappiamo ormai quali sono le attività più a rischio di trasmissione del virus: salire su mezzi pubblici affollati, partecipare a grandi raduni di persone in particolare al chiuso, lavorare in uffici o studiare in aule senza adeguata areazione. E sappiamo anche che c’è una fascia della popolazione, quella più anziana, maggiormente esposta ai rischi del contrarre il coronavirus.

Ripensare la mobilità, l’organizzazione della scuola e del lavoro, proteggere i più fragili: queste sono tre chiavi fondamentali per convivere con il Covid, che però vengono affrontate solo in modo superficiale nel dibattito pubblico. Se può sembrare impossibile convivere con questa nuova realtà, può venirci in aiuto l’esperienza con l’Hiv: da quando la pandemia di Aids è iniziata nel 1981, abbiamo cambiato il nostro modo di vivere per minimizzare il rischio di infezione. Abbiamo imparato a usare i preservativi, a usare aghi usa e getta, a controllare le sacche di sangue per le trasfusioni. 

E siamo andati avanti con un nuovo equilibrio, da quarant’anni in attesa di un vaccino che non è ancora arrivato. Sapremo fare lo stesso con il coronavirus?

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