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Coronavirus, lo strano caso della Lombardia: a Milano i casi volano, a Bergamo no | I DATI

La situazione della Lombardia è difficile, la Regione ha chiesto di istituire maggiori restrizioni dalle 23. L’Ats di Milano ha lanciato l’allarme: “Non riusciamo più a tracciare i casi”. Eppure a Bergamo, città tristemente simbolo della prima ondata, le cose sembrano sotto controllo. “Potrebbe essere frutto dei molti contagi di primavera, ma si tratta di una ipotesi”, ha detto a Iene.it Matteo Bassetti

Il 18 marzo, in pieno lockdown, tutto il Paese è rimasto sconvolto a guardare le bare che lasciavano Bergamo a bordo dei camion dell’esercito. La provincia era talmente martoriata dal coronavirus che letteralmente non si sapeva più dove cremare i corpi di chi era morto con il Covid-19

Oggi la Lombardia sembra essere tornata a numeri preoccupanti: solo ieri la Regione ha chiesto di imporre ulteriori misure restrittive dalle 23 alle 5 a partire da giovedì. L’Ats di Milano ha lanciato l’allarme: “Non riusciamo più a tracciare tutti i casi, chi sospetta il contagio resti a casa”. Insomma, la situazione è grave. Eppure dai dati dei contagi in Lombardia emerge un’informazione inattesa: Bergamo è tra le province della regione meno colpita dalla seconda ondata. “Potrebbe essere frutto dei molti contagi di primavera”, ha detto a Iene.it Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del San Martino di Genova: “Siamo nel campo delle ipotesi, ma potrebbe essere che l’ampia diffusione del virus nella prima ondata abbia garantito una forma di immunizzazione alla popolazione entrata in contatto con il coronavirus, rendendo più difficile la nuova circolazione del virus”.

Partiamo però dai dati: oggi in Lombardia si sono registrati 2.023 nuovi positivi, di cui 45 a Bergamo. Solamente Sondrio (33), Cremona (17) e Lodi (44) ne hanno registrati di meno. Come numero totale di contagi da inizio pandemia, ovviamente, la provincia di Bergamo risulta ancora la terza più colpita: ha registrato 16.568 casi, con le sole Milano (40.786) e Brescia (18.336) con numeri più alti. Eppure la variazione registrata è appena dello 0,27% sul totale, che ne fa la provincia con l’incremento più basso di tutta la regione dopo Cremona (0,23%).

La pandemia adesso sembra non correre così veloce a Bergamo, e non solo dai dati di ieri: guardando l’evoluzione dei contagi rispetto a Milano, si evince come la crescita esponenziale che sta interessando il capoluogo lombardo non tocca invece Bergamo. Si può vedere la diversa evoluzione della curva pandemica nell’elaborazione grafica realizzata dal LabIlSole24Ore.

Se a Milano la curva cresce in modo quasi verticale, quella di Bergamo si è mossa appena. La stessa situazione si può intravedere anche confrontando i dati con quelli di altre città italiane dove il virus sta correndo, come Napoli e Roma. In poco tempo sia la capitale che il capoluogo campano hanno visto la loro curva impennarsi, al punto da superare in questi giorni il numero di contagi totali di Bergamo: a Roma sono 19.922, a Napoli 18.932, a Bergamo 16.568. Alla fine del lockdown, il 4 maggio, Roma aveva 4.948 casi, Napoli 2.473, Bergamo ben 11.538.

Com’è possibile dunque una simile differenza tra Milano e Bergamo, professor Bassetti? “E’ possibile che sia legato a quanto accaduto a marzo. Parliamo ovviamente di ipotesi, ma è possibile che ci sia una minore circolazione del virus legata al fatto che buona parte della popolazione è venuta a contatto con il coronavirus e si spera che abbia sviluppato una immunità”.

Secondo l’indagine dell’Istat e ministero della Salute condotta in estate, emerge che il 24% degli abitanti della provincia di Bergamo sono entrati in contatto con il coronavirus, contro il 7,5% della Lombardia e il 2,5% a livello nazionale. “E l’indagine sebbene fatta molto bene non è stata conclusa, quindi potrebbe esserci un valore ancora superiore a Bergamo”, ci spiega il professor Bassetti. “Non sappiamo ancora quanto duri l’immunizzazione, ma ci auguriamo che abbia una durata di almeno 6/9 mesi, e potremmo essere ancora in quella forbice di copertura. Questo potrebbe rendere più difficile al virus circolare: stiamo però, lo ripeto, parlando di ipotesi che devono essere approfondite e studiate, a oggi non si può dire con certezza”.

Una sorta di immunità di gregge quindi? “No, l’immunità di gregge riguarderebbe una circolazione molto più ampia di quella che c’è stata. Un bell’articolo pubblicato nei giorni scorsi su Lancet mostra come l’immunità di gregge non sia uno strumento per poter controllare il coronavirus: non possiamo pensare di lasciar circolare il virus e arrivare al 90% di copertura, gli ospedali non reggerebbero. Non è uno strumento di prevenzione” 

La situazione in Lombardia è davvero così grave da considerare il coprifuoco? “Non parlerei di coprifuoco, che è una parola che richiama alla guerra. Parliamo di maggiori restrizioni, che sono in linea con l’ultimo dpcm emanato dal governo. Il contagio procede a macchia di leopardo nel paese e anche all’interno delle singole regioni: restrizioni locali sembrano un buon compromesso”.

E nella sua Liguria, la situazione come sta andando? “Anche qui la situazione sta peggiorando, ma non in modo omogeneo: a Genova c’è un cluster epidemico che riguarda alcuni quartieri, e che giustifica le restrizioni imposte in parti della città. Nelle province di ponente invece la situazione è migliore. La situazione degli ospedali è difficile, ma con Regione Liguria, Alisa (l’azienda sanitaria ligure, ndr) e con la task force regionale si è lavorato per garantire a tutti un posto letto in ospedale in caso di necessità. Al San Martino abbiamo creato molti posti letto in pochi giorni, ci siamo fatti trovare pronti”.

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