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Il coronavirus a Napoli e l'ombra della camorra | VIDEO

Giulio Golia ci mostra il dramma di chi vive nei quartieri poveri di Napoli. Dalle Vele di Scampia ai Quartieri Spagnoli fino al Rione Sanità c’è chi non sa che cosa mettere in tavola, chi ha perso il lavoro e chi non vuole scendere a compromessi 

Non si muore solo di coronavirus, ma anche di fame”. È il grido disperato che arriva da Napoli in queste settimane di chiusure per la pandemia. Giulio Golia è tornato alle Vele di Scampia. “Lo Stato non ci aiuta. Si sono scordati di noi”, dice una donna dalla finestra appena ci vede. “A noi ci fa vivere la camorra non lo Stato”, sostiene un altro residente mostrandoci come sono scoppiate anche le fogne. “Da quando è morta la camorra siamo letteralmente nella merda”.

“Hanno detto che ci davano 600 euro, ma quando arrivano questi soldi?”, si chiede un altro residente dal balcone. Nei vicoli di Napoli la crisi si presenta con un’altra faccia. “Con quella buona di chi ti vuole aiutare, magari facendoti la spesa”, spiega Catello Maresca, sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia. Dove non arriva la solidarietà (e ce n'è tanta, pulita, e fatta con il cuore), in alcuni casi ci penserebbe anche la camorra a consegnare i pacchi di prima necessità, nonostante la beneficenza arrivi in gran parte del gran cuore dei volontari di Napoli. “Chi li prende un domani dovrà sottostare alle loro richieste perché hanno un debito di vita”, spiega Maresca.

Alle Vele ci dicono che oggi vengono aiutati solo da associazioni benefiche e non tutte potrrebbero essere limpide. “Quando ti arriva il pacco non vai a guardare la fedina penale di chi te lo porta. Lo accetti perché c’è la gente che non può mangiare”, ci dice un residente. “Dire che non esiste la criminalità organizzata è indice dell’opposto. Ci sono dinamiche ormai rodate, difficili anche da denunciare”, spiega Maresca.

“Non ce la facciamo più, vogliamo uscire. Ci dicono di aver stanziato i soldi, ma dove stanno?”, si chiede una donna. Ci spostiamo ai Quartieri Spagnoli, dove la situazione non sembra diversa. “Se non ci fanno andare a lavorare scendo con la mazza in mano”. Qui le conseguenze del coronavirus sono palpabili. “Se non c’era la nonna, non si mangiava”, ci dice un altro. Perché molti vivono con i genitori anziani e grazie alle loro pensioni riescono almeno a fare la spesa.

“La gente non riesce a mettere il piatto a tavola, la cassa integrazione non arriva, chi lavorava a nero non ha più una lira”, spiega un altro. Molti hanno smesso di lavorare dall’8 marzo scorso. E ora dopo più di un mese anche i risparmi iniziano a finire. Ma qui qualcuno sta portando i pacchi solidarietà e in alcuni casi isolati la provenienza non è chiara. “Vogliamo chiamarla camorra? Chiamiamola camorra. Non so che cosa sia, ma ringraziamo Dio che qualcuno ci pensa”.

Lo stesso pensiero di un altro papà: “Purtroppo c’è sempre un ritorno, io per far mangiare mio figlio che cosa dovrei fare? Poi il ritorno quando arriva, arriva. Ora devo prendere quello che c’è da prendere”. Ma c’è anche chi vuole farcela da solo. “Non voglio ridurmi a prendere il pacco di pasta. Siamo tornati al tempo della guerra? E poi c’è la luce, il gas, il padrone di casa. E poi ci sono i debiti…”, spiega un residente. Siamo nel Rione Sanità, la terza zona di Napoli che visita Giulio Golia. C’è anche chi sta aspettando il terzo figlio: “Lavoravo a nero. L’azienda ha chiuso, noi siamo per strada. Chi mi dà i soldi per le visite di mia moglie e per il mangiare ai miei figli”. 

Qui un centro di solidarietà bella è la basilica gestita da don Antonio Loffredo: tante associazioni aiutano con il cuore in mano, senza altri fini. Da questa base partono aiuti economici e per la spesa. “Noi suoniamo al campanello e lasciamo il pacco davanti al portone senza vedere i volti di chi lo riceverà”, spiega un volontario. “Lo facciamo per non togliere la dignità alle persone”.

 

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