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Coronavirus, terminal container di Genova: così evitiamo il contagio? | VIDEO

Molti camionisti ci stanno mandando video e immagini dal terminal container di Genova, che ogni giorno vede l’ingresso di migliaia di autisti. Uomini e donne che per consegnare a mano i documenti per il carico e scarico sono costretti a lunghe code a piedi, e a soste in uffici in cui si entra in 50 per volta

Centinaia di camionisti ammassati in fila, uno incollato all’altro, per proteggersi dal freddo e dalla pioggia. È forse questo il modo di evitare il diffondersi ancora più massiccio della pandemia di coronavirus? Ce lo chiediamo dopo aver visto i video che diversi autotrasportatori ci stanno mandando dal grande e importantissimo terminal container di Genova Prà, che vi mostriamo qui sopra.

A spiegarci la situazione è Matteo, il camionista che ieri in questo articolo ci aveva raccontato la situazione assurda in cui è precipitata la sua categoria da quando è scoppiata l’epidemia, che continua a fare strage in tutto il mondo.

Porto di Genova, terminal container

 
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“Gli uffici del terminal dovevano aprire attorno alle 12 e i colleghi sono riusciti a entrare solo attorno alle 13.20. Considerate che da ben prima delle 11 c’era già una lunghissima fila di camionisti ad aspettare. È il momento di maggior rischio, come potete vedere. Tutta questa gente deve entrare in un ufficio di una sola stanza. Da ieri si entra massimo 50 alla volta e quindi tutti gli altri stanno fuori, al freddo e al gelo, perché oggi a Genova piove. Sono attaccati gli uni agli altri, a meno di venti centimetri di distanza, magari in due o tre sotto lo stesso ombrello… Guardate tutti i camion fermi nel piazzale: praticamente ognuno corrisponde ad almeno una persona e non si vedono neanche tutti, perché alcuni sono parcheggiati in luoghi più appartati. In una giornata normale, solo alla mattina dalle 6 alle 12, ci sono almeno mille camion che entrano. Il terminal è chiuso da ieri per uno sciopero, immaginate voi allora quanti siano i camion lì fermi adesso. È assurdo che nel 2020 queste pratiche debbano essere fatte con la carta e non online, che consentirebbe quantomeno di ridurre il rischio di contagio tra noi e con le persone a cui consegniamo la merce”.

Nell’articolo pubblicato ieri, Iene.it aveva raccolto lo sfogo di un camionista, il cui video era diventato virale: “È stato deciso che tutti i camionisti possono girare tranquillamente perché bisogna garantire l’approvvigionamento. E io ci devo lasciare le penne? Alle sei del pomeriggio è tutto chiuso: è due giorni che sono in giro e non ho mangiato, sono riuscito per sbaglio a fare colazione stamattina ma non vi dico quanto ci ho messo, per via delle distanze da rispettare, della paura… È tutto chiuso: io dove vado a mangiare? Dove vado a fare i miei bisogni? Dove mi lavo? In mezzo alla strada, con la bottiglia dell’acqua?”. 

Uno sfogo rilanciato dallo stesso Matteo, che ci aveva raccontato: “Il governo dice di non assaltare i supermercati, perché tanto la merce viene approvvigionata, ma poi siamo noi camionisti a portarla, quella merce. E allora perché ci hanno abbandonato a noi stessi? Viaggiamo senza traffico, questo è vero, ma poi dopo le 18 siamo abbandonati letteralmente a noi stessi: bagni chiusi, autogrill chiusi, dove andiamo a fare le nostre cose? Hanno chiuso tutti quei ristoranti per noi camionisti, che erano anche un punto di ristoro psicologico, oltre a consentirci di fare una doccia e sgranchire le gambe. È rimasta l’iniziativa autonoma di 2-3 ristoranti, nel nord Italia, che se li chiami in anticipo e parcheggi nel loro piazzale, ti vengono a portare da mangiare direttamente in cabina... E basta. L’altro giorno un mio collega è stato umiliato perché si è azzardato ad andare nel bagno di un’azienda dove aveva appena scaricato e poi alle macchinette del caffè. Lo hanno trattato come un appestato!”

Se anche voi volete segnalare i disagi e testimonianze in tempi di coronavirus e di zona rossa, scriveteci all'email redazioneiene@mediaset.it

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