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Covid, qui Napoli: ecco la seconda ondata che travolge gli ospedali | VIDEO

Dopo il caso del Cardarelli, Roberta Rei ci guida all’interno di un altro pronto soccorso di Napoli, quello dell’Ospedale del Mare, costato 386 milioni di euro e, a quanto sembrerebbero mostrare le immagini che vi facciamo vedere, letteralmente travolto dalla seconda ondata di coronavirus, tra promiscuità di pazienti, barelle ammassate in corridoio e farmaci, macchinari e personale mancante

“Nella sanità gli errori li paghi con i morti… Questi non sono morti come a marzo, sono omicidi perché non hai fatto nulla per prevenirli…”. Roberta Rei raccoglie questa e altre voci di persone che lavorano negli ospedali italiani, in particolare da quelle regioni dove la prima ondata era stata arginata. 

E se in queste ore la situazione si va aggravando soprattutto in Campania, dove ieri una persona è stata trovata morta nei bagni del pronto soccorso dell'Ospedale Cardarelli e filmata da un altro paziente scatenando dure polemiche e reazioni politiche, per documentare la reale situazione degli ospedali al sud noi vi portiamo grazie a una telecamera nascosta nel pronto soccorso dell’Ospedale del mare di Napoli.

La situazione, all’interno, è veramente drammatica: il pronto soccorso è strapieno, mentre attrezzature e materiale sanitario sembrano scarseggiare. Nell’area gialla vediamo barelle che vengono lasciate nei corridoi perché non c’è più spazio e pazienti positivi al covid gomito a gomito con quelli che ancora non sono entrati in contatto col virus, ma a serio rischio di ammalarsi,data la promiscuità.

L'Ospedale del mare di Napoli, il più moderno di tutta la Campania, che il governatore De Luca ha più volte definito “il fiore all’occhiello della sanità campana” e che è stato rinforzato durante la prima ondata con un Covid center modulare che avrebbe dovuto offrire tanti posti letto e risolvere gran parte dei problemi strutturali della sanità regionale, oggi, sembra davvero in ginocchio . 

“Abbiamo fatto un altro miracolo amministrativo, senza squilli di tromba. Una dimostrazione di efficienza”, aveva detto lo stesso De Luca durante l’inaugurazione del Covid center.  Ma allora come è possibile che il Pronto Soccorso dell’ospedale si trova nelle condizioni che vi mostriamo?

E dire che il governo dopo la prima ondata aveva stanziato 250 milioni per il potenziamento dei pronto soccorso, per la separazione dei percorsi e l’individuazione di distinte aree di permanenza per i sospetti covid. Ma quei soldi, come sostiene la Simeu, che rappresenta medici e infermieri impegnati nei pronto soccorso, “sono stati usati poco o quasi per nulla”.

Roberta Rei parla con il personale sanitario che in queste strutture ci lavora e che racconta: “Avevamo avuto il tempo di prepararci ma non abbiamo fatto niente, nulla . Gli spazi sono angusti, devi mettere persone che sono sospette con persone che già sono positive, sennò non puoi assistere”. Un collega conferma: “Un paziente sospetto segue lo stesso percorso di un paziente non Covid”.

Una situazione che si vede benissimo al “triage”, il punto di smistamento del pronto soccorso, dove i pazienti sembrano sistemati alla rinfusa e non c’è alcuna barriera per il virus. “Spesso un politrauma viene sistemato a fianco di un paziente positivo con il rischio di contagiarsi”, conferma un operatore.

Il rischio è concreto, sia per i pazienti che per lo stesso personale sanitario: “Da quando si è creata questa situazione di promiscuità si sono ammalate 13 persone fra infermieri ed operatori”, spiega un lavoratore. E le immagini che il nostro complice riesce a filmare all’interno  del pronto soccorso dell’Ospedale del mare non sembrano lasciare dubbi.

“Buongiorno…dove sei stato tu?” “In O.B.I. (Osservazione breve intensiva,ndr)”. “Che si dice in O.B.I.?”. “È un disastro”. Il pronto soccorso, letteralmente travolto dalla seconda ondata, mostra i letti che invadono ogni spazio, con medici e infermieri che faticano a muoversi in quegli spazi angusti e stipati all’inverosimile. Una situazione insostenibile, anche perché, come ci spiega un operatore, i reparti che dovrebbero accogliere questi pazienti “non riescono a dimettere, i pazienti sono gravi, e l’affollamento arriva tutto in pronto soccorso”.

E qualche volta, nonostante tutti gli incredibili sacrifici profusi dal personale, non si può davvero fare nulla. “Io ricordo qualcosa di molto brutto cioè assistere un paziente, stare vicino a questo paziente, dare tutto quello che noi diamo e poi il giorno dopo il paziente non c’è più. E ti chiedi. Ma...ho fatto il possibile?” confessa con un nodo in gola un operatore sanitario.

Roberta Rei gli chiede cosa non sia stato fatto dalla prima ondata del virus. Lui risponde con precisione: “Non sono stati fatti i percorsi, non sono stati attrezzati i reparti…”. Mancherebbe una zona di vestizione e svestizione e sarebbero carenti anche i dispositivi di sicurezza per gli operatori sanitari.

“Poca roba, poca roba, tute ne arrivano pochissime…”, spiega un operatore. “Mancano anche i ventilatori, almeno per il pronto soccorso nostro. Ce li sta prestando la rianimazione”. Un problema che porta a fare scelte difficili: “Se possiamo evitare di ventilarlo...evitiamolo…”.

Gli operatori ci raccontano che, oltre ai ventilatori, mancherebbero anche i cateteri e alcuni farmaci. E in una di quelle riprese nascoste si sente dire, infatti: “State senza catetere voi?”. “E ve lo mettiamo”. “Eh certo!”. “Catetere ci vorrebbe un 16 perché il signore è uomo”, “ma adesso sono costretto a sfondargli l’uretra”.

E tutto questo nonostante la Campania, secondo l’Anac, sia la quarta regione in Italia che ha speso di più per la prima ondata, 337 milioni e 512 mila euro, non distanti dai 392 milioni e 141 mila euro spesi dalla Lombardia (che però ha quasi il doppio della popolazione e ha avuto molto più contagiati).

E pensate che le immagini che vi abbiamo mostrato provengono dall’ospedale più all’avanguardia della Campania, una struttura nuova di zecca costata 386 milioni di euro e rafforzata, proprio durante la prima ondata, con un nuovo Covid Hospital modulare, una macchina che è costata milioni.

Ma oltre alle inchieste giudiziarie, in cui è indagato anche il direttore della Asl 1 Ciro Verdeoliva, sull'appalto che in effetti presenta alcune stranezze, fra cui l’acquisto di 72 respiratori che sono stati tirati fuori dai cartoni solo a settembre (per scoprire che erano inutilizzabili perché non sarebbero conformi alle verifiche di sicurezza elettriche e hanno l’interfaccia solo in lingua tedesca), a mancare a tutto il sistema sono proprio gli operatori, medici e infermieri.

A fronte di queste carenze il direttore dell’Asl 1, prima ha annunciato di voler richiamare in servizio gli anestesisti in pensione, ma dopo non aver ricevuto nessuna risposta all'appello ha pubblicato un bando per 40 medici di anestesia e rianimazione. Tutto questo però solo il 3 novembre, quando gli ospedali campani erano già allo stremo.

Ma se a marzo si poteva parlare di una tempesta perfetta che ci ha travolto, perché sta succedendo ancora? Perché i nostri medici e infermieri non hanno tutto ciò che serve per salvare vite? Siamo andati a chiederlo proprio al direttore dell’Asl 1 di Napoli, Ciro Verdeoliva, ma non siamo riusciti a parlare con lui.

Torniamo all’Ospedale del mare, dove per un colpo di fortuna riusciamo a incontrare la direttrice sanitaria. Che ci dà la sua versione della situazione.: “Il nostro personale può benissimo scrivere. Non avranno ancora avuto risposta ma certamente l’avranno. Noi abbiamo tutti i percorsi che abbiamo fatto giù... è una pandemia, stiamo facendo di tutto e di più… stiamo combattendo tutti, mi creda".

Poi nega che si sia in situazione di grave sottorganico, come ci hanno raccontato tutti gli operatori che abbiamo intervistato. “Noi abbiamo preso gli infermieri, stiamo prendendo infermieri, medici… Ci sono 16 posti di terapia intensiva e ne stiamo attivando altri 16, fino ad arrivare a 72. Ci sono i pazienti nel Covid Center, glielo posso assicurare. Non ci sono forse…il personale? Abbiamo avuto problemi ma ci sono in tutta Italia… Ci sono problemi con gli anestesisti. Lo dico e  lo ripeto, in questo momento bisogna fare 3 settimane di chiusura. Non c’è stata nessuna incapacità” 

Ma perché allora la situazione in quel pronto soccorso appare così grave?

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