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Esplosione a Beirut, almeno 157 morti. Tutti i dubbi sull'incidente | VIDEO

Il giorno dopo la gigantesca esplosione (ma sarebbero state in realtà almeno due) la capitale del Libano si presenta come uno scenario di guerra. A Beirut si cercano ancora vittime e dispersi, i feriti sono oltre 5.000 e il bilancio si aggrava. Mentre le cause sono ancora da chiarire

Almeno 157 morti, 100 dispersi, oltre 5.000 feriti e 300mila sfollati rimasti senza casa. Ma il bilancio è destinato purtroppo a salire. Il giorno dopo lo scenario a Beirut è quello di un’apocalisse. Come ha detto a caldo in lacrime il governatore della capitale del Libano, Marwan Aboud: "Sembra quello che è successo a Hiroshima e Nagasaki”.

LE ESPLOSIONI
Ieri, 4 agosto, attorno alle 17, una o due enormi esplosioni hanno devastato, come vedete cliccando qui e nel video sopra, la zona del porto con un inquietante fungo, che ricordava appunto quelli atomici, che si è alzato sulla città dove l'onda d’urto ha colpito per almeno tre chilometri sventrando gli edifici e danneggiando anche il palazzo presidenziale e molte ambasciate (non quella italiana). Le esplosioni hanno spaccato vetri di case e macchine e sparso polvere e detriti per un’area molto più ampia. Il boato è stato sentito fino a Cipro, a oltre 240 chilometri di distanza.

Una nuvola gigantesca rossa e arancione ha avvolto Beirut, dove è stato proclamato lo stato d’emergenza per due settimane. Tra le vittime c'è anche una donna italiana di 92 anni, dieci i nostri connazionali feriti. Unifil che è comunque in buone condizioni, ferito lievemente ma rimasto sotto choc. Sembra rientrato intanto l'allarme sugli inquinanti nell’aria dove non sarebbero presenti ancora tossine chimiche nocive dopo che le polveri si sono depositate. Le autorità libanesi avevano invitato in precedenza chi poteva a lasciare la città, quelle statunitensi a “stare al chiuso”.

A esplodere sarebbero state soprattutto 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, confiscate al porto nel 2013 da una nave russa battente bandiera moldava, lasciate in un deposito e tenute da allora lì per sei anni non in condizioni di sicurezza. Parliamo di una sostanza usata per i fertilizzanti, ma anche per i fuochi d’artificio, come propellente per i razzi e come esplosivo, per esempio dai suprematisti bianchi americani nel 1995 nell’attentato di Oklahoma City, che ha provocato 168 morti, o in moltissimi casi nelle recenti guerre in Siria, Afghanistan e Iraq. Tutti i funzionari del porto di Beirut che dal 2014 sono stati responsabili dello stoccaggio di nitrato di ammonio e della sua sicurezza sono stati ora arrestati e messi ai domiciliari.

INCIDENTE O ATTENTATO?
Sulle cause resta ancora il mistero e restano aperte molte domande. A partire da due principali: cosa ha innescato l’esplosione del nitrato di ammonio? Si è parlato di una prima esplosione in una vicina fabbrica di fuochi d’artificio, di una nave che trasportava fuochi d’artificio e addirittura di scintille provocate da operazioni di saldatura in un magazzino. Sembra comunque certo che una prima altra esplosione, che avrebbe innescato l’altra, ci sia stata. Il premier Hassan Diab promette: “I responsabili pagheranno”. 

Anche sulla seconda domanda si dibatte in tutto il mondo: si tratta davvero di un incidente o di un attentato? Nessuna ipotesi viene per ora esclusa, le autorità resto prudenti ma sembrano puntare sul tragico incidente. Per il presidente Usa, Donald Trump, che cita il parere si alcuni generali, l’esplosione sarebbe stata causata da “una bomba di qualche tipo”: “Sembra un terribile attacco”. Due circostanze l’avevano fatto pensare all’inizio: nella zona si sarebbe trovato l'ex premier Saad Hariri, rimasto illeso. Le esplosioni arrivavano inoltre alla vigilia della sentenza prevista per il 7 agosto del Tribunale speciale dell’Onu sull’autobomba che uccise sempre a Beirut nel 2005 il padre di Saad, l'ex premier Rafik Hariri assieme ad altre 21 persone. Tra gli accusati ci sono esponenti di primo piano di Hezbollah, l’organizzazione islamica sciita vicina a Iran e Siria molto forte anche politicamente in Libano. Finora comunque non è arrivato alcun tipo di rivendicazione.

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