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La storia di Patrick Zaki, in carcere in Egitto per le sue idee | VIDEO

lI nostro Gaston Zama ci racconta la storia di Patrick Zaki, uno studente egiziano all’università di Bologna arrestato al Cairo e portato in carcere senza alcuna ragione. Con l’aiuto di un suo amico fuggito in Europa dopo le torture del regime, e di Riccardo Noury di Amnesty International, ricostruiamo la sua vicenda e le condizioni dei diritti umani in Egitto

Aggiornamenti

  • ALTRI 45 GIORNI DI CARCERE PER PATRICK ZAKI

    Ancora 45 giorni di carcere per Patrick Zaki, l'attivista per i diritti civili trattenuto in Egitto da 10 mesi. Lo ha deciso la corte penale antiterrorismo del Cairo, che era riunita da due giorni per decidere sul rinnovo della sua carcerazione preventiva. Ci aveva fatto conoscere la sua storia Gaston Zama, in questo reportage in cui amici e colleghi attivisti per i diritti civili raccontavano la storia di questo studente egiziano 29enne dell'università di Bologna, arrestato al Cairo il 7 febbraio scorso con l'accusa di “propaganda sovversiva”. Una decisione “crudele e vergognosa", quella del rinnovo della carcerazione: l'ha definita così con un tweet Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Ve ne parliamo anche nella puntata de Le Iene dell'8 ottobre.

Patrick Zaki ha 29 anni e dal 7 febbraio è rinchiuso in un carcere in Egitto perché colpevole di pensarla in modo diverso da chi governa il suo paese. Il nostro Gaston Zama ci porta a conoscere la sua storia e cosa succede ogni giorno dall’altra parte del mar Mediterraneo.

Per capirlo, grazie all’aiuto di un caro amico di Patrick Zaki, dobbiamo fare un passo indietro nel tempo: “Dal mio punto di vista quello che è successo nel 2011 ha cambiato tutto”, ci racconta, parlando della rivoluzione in Egitto come parte del più ampio fenomeno della primavera araba.

È in quel periodo che Amr e Patrick Zaki si conoscono. “A quei tempi era concentrato sui diritti dei cristiani e delle minoranze in Egitto”, ci racconta. La rivoluzione però non porta a grandi cambiamenti, e dopo il massacro del Maspero (28 manifestanti uccisi) “mi ha detto di voler dedicare la sua vita a questo”. Patrick così comincia a dedicare sempre più tempo all’attivismo.

La rivoluzione comunque finisce, i militari riprendono il controllo del paese e con l’inizio della presidenza di al-Sisi non molto sembra essere cambiato dai tempi di Mubarak: “Molti di noi hanno iniziato ad avere paura, a nascondersi, ad andare all’estero”, ci racconta Amr. “Per Patrick fu diverso, lui diventò ancora più attivo”.

È in quel momento che Patrick Zaki inizia a lavorare per una ong egiziana che si occupa di difendere i diritti e le libertà civili, che da quanto al-Sisi è in carica sarebbero costantemente violati: “Scariche elettriche, schiaffi, calci, poi hai le mani e i piedi legati, ti fanno di tutto”, racconta Amr sugli oppositori arrestati dalla polizia.

Io sono stato torturato e picchiato diverse volte in Egitto”, racconta ancora Amr. Dopo un rapimento di 36 ore, arriva la decisione di “lasciare il paese”. Non certo l’unico, perché sono migliaia ad avere lasciato l’Egitto. “La situazione dei diritti umani lì è gravissima”, ci dice Riccardo Noury di Amnesty International, raccontandoci cosa accade in quelle prigioni.

In quello stesso periodo Patrick Zaki decide di tornare a studiare e ad agosto 2019 si iscrive a un master a Bologna. Amr non perde l’occasione, dalla Germania dove è riparato, per andarlo a trovare: “Si era ambientato benissimo”. I mesi passano e a febbraio 2020 Patrick decide di tornare in Egitto. “Voglio andare due settimane dalla mia famiglia e poi torno”, ci racconta Amr.

Il 7 febbraio Patrick atterra all’aeroporti di Il Cairo e da quel momento di lui si perde ogni traccia. Quando riescono a inviargli un avvocato “ha detto che lo avevano picchiato e usato anche scariche elettriche”. Da quel momento finisce in un carcere dove si trova ancora adesso, famoso per i trattamenti disumani a cui sono sottoposti i detenuti: potete vedere le immagini di cosa succede in quel luogo nel servizio in testa a questo articolo.

Patrick Zaki è accusato di essere una specie di terrorista. “Non ha fatto assolutamente niente, era solo in Italia a studiare”, racconta Amr. Adesso lui è in carcere da 9 mesi in attesa di processo, senza nemmeno il diritto di fare una chiamata alla sua famiglia: “La prima comunicazione che abbiamo avuto è stata una lettera la settimana scorsa. Ha detto di stare bene, penso volesse tranquillizzare la sua famiglia”.

A oggi la maggioranza dei detenuti nelle carceri egiziane è rappresentata da oppositori politici. Si stima che su 110mila detenuti, siano più di 60mila i prigionieri politici. Il problema per Riccardo Noury “sono i paesi che hanno rapporti con l’Egitto, che rinunciano a porre il problema dei rapporti umani perché c’è qualcosa che viene prima”.

“Il governo italiano e quello egiziano continuano a fare accordi su armi e petrolio”, dice Amr. “Parlate con i vostri governi quando supportano una dittatura del genere”. In questi anni a spendere “una buona parola” per l’Egitto e al-Sisi sono stati in tanti, tra cui l’ex ministro Angelino Alfano e l’ex premier Matteo Renzi. “Noi ci sentiamo soli in questa lotta per la tutela dei diritti umani in Egitto”, ci dice Riccardo Noury. “Perché al-Sisi è ancora un partner dell’Italia nonostante i crimini commessi contro l’umanità?”, si chiede Amr. 

Qualcuno potrebbe pensare che le cose in Egitto, che è molto vicino all’Italia, non siano poi così gravi come le racconta Amr: “Se non credete a un egiziano, parlate con la famiglia di Giulio Regeni”, ci risponde. “Sono ormai cinque anni che dall’Egitto non riceviamo risposte alla domanda su chi e perché ha ordinato ed eseguito l’omicidio di Giulio Regeni”, ricorda Riccardo Noury. Secondo alcune fonti, prima di essere ammazzato il nostro connazionale fu torturato e seviziato e per giorni.

In questi anni i genitori di Giulio Regeni non hanno mai smesso di chiedere al nostro governo giustizia per loro figlio. Hanno sempre dichiarato che per arrivare alla verità non vorrebbero mai mostrare le foto di Giulio dopo le torture subìte.

Mentre Patrick Zaki resta in carcere, è stato arrestato anche il direttore dell’ong per cui aveva lavorato in passato. Lo scorso maggio in prigione è morto un ragazzo di 22 anni colpevole di aver messo su YouTube un video ironico su al-Sisi. Era in carcere da 26 mesi in attesa di processo, era nella stessa prigione in cui da 9 mesi è rinchiuso Patrick Zaki.

Come andrà a finire? “Non lo so. So solo che mi manca moltissimo”, risponde Amr.

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