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La vitamina D aiuta a combattere il coronavirus? Cosa dicono gli studi

Varie ricerche e studiosi indicano un possibile ruolo della vitamina D nel coadiuvare la lotta al coronavirus: dalla Spagna al Regno Unito fino all’Italia, sono molte le pubblicazioni che sostengono questa tesi. Ecco a che punto sono gli studi, e anche i dubbi a riguardo

Aggiungete vitamina D al cibo per aiutare nella lotta al coronavirus”: l’appello di vari scienziati inglesi al governo di Londra, riportato sul prestigioso quotidiano The Guardian , ha riaperto la discussione sul possibile ruolo della vitamina D nell’aiutare a combattere la pandemia che sta scuotendo il mondo.

Un gruppo di scienziati guidati dal professor Gareth Davies ha indicato come circa la metà della popolazione inglese abbia una carenza di vitamina D, e secondo loro questo basso livello potrebbe comportare un maggior rischio di contrarre il coronavirus. Non solo: se ci si ammala, e si ha poca vitamina D, la possibilità di avere sintomi gravi sarebbe più alta. E per questo il gruppo di scienziati ha lanciato un appello al governo per intervenire, facendo aggiungere dosi di vitamina D ai cibi più consumati come il latte o il pane.

Una teoria, quella del legame tra bassi livelli di vitamina D e un rischio più alto di contrarre il covid, che anche altri studiosi stanno approfondendo: uno studio condotto in Spagna da un gruppo di scienziati guidati dal professor José Hernàndez, e pubblicato nei giorni scorsi sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, mostra come l’82,2% dei pazienti ricoverati in un ospedale spagnolo abbiano un livello molto basso di vitamina D.

“Se il ruolo protettivo della vitamina D fosse confermato un approccio preventivo potrebbe essere curare la carenza di questa vitamina, specialmente negli individui più suscettibili come gli anziani, i pazienti con altre malattie quali il diabete e il personale sanitario specie nei presidi di lunga degenza”,  ha detto il professor Hernández.

Un ulteriore studio condotto dall’Università di Chicago e pubblicato sul Journal of American Medical Association Network Open è arrivato a conclusioni simili: le persone con bassi livelli di vitamina D potrebbero avere fino al 60 per cento di probabilità in più di risultare positive al coronavirus. "La vitamina D svolge un ruolo importante nel sistema immunitario”, ha spiegato il professor Meltzer. "Saranno necessari test clinici per dimostrare questi risultati, ma secondo i nostri dati la vitamina D, pur non rappresentando una garanzia come protezione dal coronavirus, sembra essere collegata a una minore probabilità di infezione in forma grave".

Insomma, sono molti i lavori scientifici che prefigurano un ruolo importante della vitamina D nella lotta contro il coronavirus, e anche in Italia nei mesi scorsi si è approfondita questa possibilità: Maria Cristina Gauzzi e Laura Fantuzzi del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’Istituto superiore di sanità hanno sostenuto che adeguati livelli di vitamina D al momento dell'infezione da coronavirus potrebbero favorire l’azione protettiva dell’interferone di tipo I – uno dei più potenti mediatori della risposta antivirale dell’organismo – e rafforzare l'immunità antivirale innata.

Adesso nel Regno Unito è in corso una vasta sperimentazione clinica, che coinvolge oltre 5mila persone, per verificare se queste ipotesi siano effettivamente fondate: altri studi pubblicati in questi mesi, come riporta il Guardian, sostengono che la vitamina D potrebbe avere pochissimo o nessun ruolo nell’aiutare a combattere il coronavirus

Sebbene non ci siano ancora certezze a riguardo, i molti lavori e studiosi che si stanno esprimendo a riguardo fanno pensare che la vitamina D possa essere un valido alleato in attesa di una cura o un vaccino per il coronavirus.

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