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Massacrato davanti ai figli: aggressori ai domiciliari, la moglie Milena: “Sono sconvolta” | VIDEO

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Agli arresti domiciliari dopo 9 mesi di carcere gli aggressori di Iasen, morto nel 2020 dopo 4 anni di coma per un pestaggio in cortile davanti ai figli avvenuto proprio il 29 marzo di cinque anni fa. Dopo la sua morte e la loro prima condanna per tentato omicidio, il processo riparte il 15 aprile per omicidio volontario. La moglie si dice “sconvolta” perché i due sono usciti dal carcere. Noi de Le Iene vi abbiamo raccontato la tragedia con Nina Palmieri e su Iene.it abbiamo seguito tutti gli sviluppi a fianco della famiglia

"Sono sconvolta e amareggiata" ci dice Milena, la moglie di Iasen, morto dopo un pestaggio per una banale lite con i vicini esattamente 5 anni fa. A riaprire nuove ferite è la notizia appena arrivata che gli aggressori del marito sono usciti dal carcere e si trovano agli arresti domiciliari.

Tutti i nomi sono di fantasia per tutelare la famiglia. Perché la storia è terribile, compreso un lungo iter giudiziario. Abbiamo seguito entrambi con il servizio che vedete qui sopra e su Iene.it, sempre a fianco di questa famiglia. Iasen è stato picchiato e ridotto in stato vegetativo nel 2016 dai vicini di casa che lo hanno aggredito a sprangate davanti ai figli. Questo è quanto ricostruito dalla sentenza di primo grado che nel febbraio 2019 ha condannato a 8 anni per tentato omicidio due degli aggressori, due fratelli dell’Est Europa come la vittima, anche se di un altro Paese. Iasen è morto un anno dopo, nel gennaio 2020 dopo 4 anni passati attaccato alle macchine. Il processo ripartirà, questa volta per omicidio volontario, con la prima udienza già fissata per il prossimo 15 aprile.

Intanto, esattamente dopo 5 anni, i due aggressori, arrestati nove mesi fa, si ritrovano ora ai domiciliari. È questo che sconvolge la moglie Milena. “Spero che la verità su quel giorno drammatico possa finalmente emergere”, aggiunge. "Siamo consapevoli che la misura cautelare non possa mai essere una anticipazione della pena”, ci dice l’avvocato della famiglia, Mattia Alfano, “ma è anche vero che in tutti questi lunghi mesi non c'è mai stato alcun gesto di scuse o meno che mai di risarcimento nei confronti delle vittime che sono costrette a convivere per il resto della loro vita con l'ergastolo del dolore. L'unico dato positivo è che finalmente il processo sta per iniziare e ci auguriamo anche con gli altri difensori che possa concludersi velocemente".

MASSACRO IN UN CORTILE
Con Nina Palmieri, nel servizio del 2017 che vedete qui sopra, vi abbiamo raccontato questo dramma e su Iene.it ne abbiamo seguito tutte le tappe a fianco della famiglia. Tutto comincia nella primavera 2016 nel condominio di un paese della provincia italiana, dove Iasen vive con la moglie e quattro figli. Lo stile di vita dei vicini di casa, che abitano al piano di sotto, provoca spesso screzi. Le liti partono quasi sempre dai rumori che arrivano dal pianterreno.

È così anche quel tragico 29 marzo per una festa un po’ troppo rumorosa negli spazi condominiali. Alle lamentele di Iasen i tre reagiscono con violenza sotto gli occhi dei figli affacciati alla finestra. “Gli hanno tirato una spranga sulla testa, sempre più forte, noi urlavamo”, racconta uno di loro tra le lacrime. “Ero scioccata, c’era mio padre tutto ricoperto di sangue”, gli fa eco una sorella. Non sappiamo con esattezza che cosa sia accaduto in quei tragici momenti. Solo i bambini che sono corsi a vedere possono dircelo.

“Gli hanno spruzzato uno spray negli occhi, penso sia stato quello al peperoncino”, aggiunge un altro figlio. “Poi l’hanno colpito ai fianchi con una pistola elettrica finché lui è caduto sulle ginocchia. A questo punto l’hanno colpito alla testa con una mazza di ferro. C’era sangue dappertutto”. Questo pestaggio sarebbe finito poi nel garage: “Si sono chiusi dentro in 6, c’erano mattoni rotti ovunque”. Tra le urla di disperazione arriva anche la moglie Milena che era uscita per andare a prendere la quarta figlia: “Due di loro ci sono venuti incontro con in mano delle forbici dicendo di salvare mio papà che stava morendo. In testa aveva un buco dentro cui si riuscivano a infilare due dita”.

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