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Cannabis light: “Il 2020 l'anno d'oro? No, l'anno delle occasioni perse”

Nell’anno della pandemia gli ordini online di cannabis light sono raddoppiati. Per Luca Marola, fondatore di EasyJoint, non si può però parlare di anno d’oro: “Il nostro settore potrebbe creare lavoro e quasi un miliardo di entrate per lo stato, ma non è ancora riconosciuto: la normativa attuale lascia migliaia di lavoratori e consumatori in una zona grigia”

“Il 2020 l’anno d’oro della cannabis light? No, piuttosto direi che è l’anno delle occasioni perse”. A parlare con Iene.it è Luca Marola, fondatore di EasyJoint, che non è pienamente soddisfatto della crescita del mercato della cannabis light durante la pandemia.

In questi giorni sono in molti ad aver celebrato i traguardi raggiunti dalla vendita di cannabis light: un giro d’affari che è quasi raddoppiato in un anno, passando da un fatturato di 150 milioni di euro a uno di quasi 300 milioni. “E potrebbe arrivare a mezzo miliardo di euro e alla creazione di 30mila posti di lavoro in più con una regolamentazione ad hoc”, ha detto a Repubblica l’economista Davide Fortin.

“Anche noi durante il lockdown di primavera avevamo osservato una triplicazione degli ordini”, ci racconta Luca Marola. “Abbiamo fatto un sondaggio tra chi era iscritto alla nostra newsletter e abbiamo registrato un aumento del consumo. Ma da qui a definire il 2020 come l’anno d’oro della cannabis light ce ne corre”.

E il motivo per Marola è chiaro: “L’anno era iniziato con una dichiarazione del premier Conte, che aveva auspicato un tavolo per raccogliere gli operatori del settore al fine di arrivare a una regolamentazione precisa. Ma non è successo”, anche ovviamente a causa dell’emergenza sanitaria che ha travolto il nostro paese e il mondo intero.

“Abbiamo due mondi come il giorno e la notte, che convivono insieme, non esistendo una regolamentazione sulla produzione e il commercio delle infiorescenze”, ci dice Marola. “Ci sono le aziende che non hanno alcun problema con la giustizia nella maggior parte d’Italia, ci sono poi altre realtà come EasyJoint che stanno subendo un’applicazione più restrittiva delle normative vigenti da parte della magistratura”.

Già, perché ad oggi non esiste una normativa che regolamenti la produzione e la vendita delle infiorescenze della canapa sativa, e quindi le aziende si trovano a muoversi in una zona d’ombra: “La legge 242 del 2016 (che regolamenta la coltivazione e l’utilizzo della canapa con un quantitativo di thc inferiore allo 0,6%) prevede un elenco di attività lecite che è possibile svolgere, tra queste però non rientra l’infiorescenza, che è stata rimossa prima dell’approvazione”. Quindi se un’azienda produce o commercializza il fiore “questa viene sequestrata, anche se rimane sotto allo 0,6 di thc”. 

Questo ‘buco’ normativo causa così differenti interpretazioni della liceità o meno della commercializzazione di prodotti derivati dall’infiorescenza, evidenziato anche da sentenze contrastanti della Cassazione: “L’unica legge che cita la cannabis è il Testo unico sugli stupefacenti, che ‘attrae’ i comportamenti non regolamentati dalla legge sulla canapa industriale”, ci dice Marola. “Questo causa un paradosso, perché procure differenti nel paese interpretano le norme in maniera differenti. Così ci sono aziende che continuano a restare aperte mentre altre vengono chiuse”.

Eppure parliamo di un mercato che - con una precisa regolamentazione - potrebbe avere un importante sviluppo anche economico: “Oggi l’occupazione del settore è calcolata intorno alle 12mila unità, ma non è ancora riconosciuto dalle istituzioni”, chiude Marola. “Una relazione del ministero dell’Economia a dicembre dice che le entrate fiscali della cannabis light, qualora venisse regolamentata, potrebbero arrivare quasi a un miliardo di euro all’anno”.

Insomma, un sacco di soldi e posti di lavoro andati letteralmente in fumo a causa di una normativa assente o poco chiara: che l’arrivo di un nuovo governo possa finalmente portare alla legge che migliaia di lavoratori e consumatori attendono?

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