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News | di Matteo Gamba |

Coronavirus: “310 giorni in ospedale, 2 mesi in coma. Al risveglio credevo di essere stato rapito”

Maurizio Sacchetto, 57 anni, nessuna altra malattia, ci racconta l’incubo Covid che lo ha portato più volte vicino alla morte durante 310 giorni di ricovero in cui ha perso 28 chili. Con una cosa che vuol dire subito a chi si ha ancora dubbi sul Covid

“Ai negazionisti, a chi non crede ancora al coronavirus voglio dire subito una cosa: fatevi un giro nei reparti di rianimazione dove sono stato. Date un’occhiata alle lastre e guardate come sono ridotti i polmoni dei malati di gravi di Covid”.

Maurizio Sacchetto è appena uscito da un lunghissimo incubo, quello del Covid che ha preso a 57 anni in una forma molto grave. Il 9 febbraio è uscito dall’ospedale dopo 11 mesi, 310 lunghissimi giorni. Ci era entrato il 29 marzo 2020: nelle foto qui sopra lo vedete prima e dopo la malattia. Ci ha contattato, prima via email su redazioneiene@mediaset.it, per lanciare proprio il suo messaggio con la sua storia a chi non crede ancora oggi al coronavirus. Il secondo appello è per tutti: “State attenti, il coronavirus è subdolo. Non ho altre malattie, ero in buona salute, ho sempre fatto sport e una vita sana. Mai fumato, al massimo un bicchiere di vino a cena. Tutto questo non mi ha salvato dal finire più volte vicino alla morte”.

Pensavo fosse una normale influenza e ho aspettato una settimana prima di fami ricoverare. Il dubbio ce l’avevo ma il dottore mi ha detto di evitare se possibile il pronto soccorso perché, se non avevo il Covid, lì rischiavo di prenderlo”, ci racconta al telefono Maurizio, che lavora per l’azienda dei rifiuti Amiat di Torino e che dovrà aspettare ancora altro tempo prima di tornare al suo posto. “Era l’inizio della pandemia, stavo attento a tutto, penso di essermi contagiato qualche giorno prima andando a mangiare una pizza con un amico in difficoltà. Non avevo fame, la febbre saliva fino a 39 poi scendeva con la tachipirina, è iniziata anche la tosse. Sono andato all’ospedale San Giovanni Bosco: mi hanno portato subito in rianimazione e intubato, avevo la saturazione a 70”.

“Anche all’arrivo al pronto soccorso, quel 29 marzo, non capivo quanto ero vicino alla morte, pensavo che sarei guarito a breve”, prosegue. “Sono stato portato subito in coma farmacologico e per due mesi sono stato di fatto incosciente tra coma e rianimazione. Ho rischiato la vita più volte: in aprile ho avuto un’emorragia ai polmoni perdendo un litro e mezzo di sangue. Ho recuperato una piena coscienza solo a maggio. Ricordo che non sapevo dov’ero, avevo paura di essere stato rapito. Mi ha rassicurato un’infermiera: ‘Sono la moglie di un tuo collega, sei in ospedale, i tuoi cari sono stati avvertiti’. Era maggio”.

“Sono diventato negativo al coronavirus a luglio ma ho dovuto affrontare tantissime complicazioni, tra cui sei infezioni, e ora una lunghissima riabilitazione. Si era parlato perfino di trapianto di polmoni. Quando mi hanno tirato su dal letto per la prima volta non ce la facevo neanche a tener su la testa. In ottobre ho ricominciato a mangiare cose liquide, in novembre a camminare. Avevo perso 28 chili: a marzo ne pesavo 76, ero arrivato a 48. Ne ho ripresi 14 ma la strada è ancora lunga anche se sto meglio e sono a casa. Mi hanno fatto la tracheotomia per farmi respirare con una cannula e il buco nella gola non si è richiuso, potrebbe servire un altro intervento. Sono stati tutti eccezionali, medici e infermieri del San Giovanni Bosco e del San Luigi di Orbassano, dove ho fatto la riabilitazione. Voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno salvato per l’eccezionale professionalità e umanità”.

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