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Coronavirus, il modello (di successo) dell'Australia: un solo caso, tutta la città in lockdown per 5 giorni

E’ successo a Perth, la quarta città più popolosa dell’isola: una guardia giurata al lavoro in hotel per le quarantene è risultata positiva al coronavirus. E così tutta la città è entrata in lockdown per cinque giorni, in modo da evitare la nascita di un focolaio. Ecco come il modello dell’Australia sta vincendo la battaglia contro la pandemia

Due milioni di persone finite in lockdown perché un singolo cittadino è risultato positivo al coronavirus. Si stenterebbe quasi a crederci se a finire in questa situazione non fosse stata la quarta città più popolosa dell’Australia, Perth, dove fino a venerdì gli abitanti saranno costretti a casa per evitare la nascita di un focolaio.

Tutto inizia domenica 31 gennaio, quando una guardia giurata in servizio in un hotel per le quarantene risulta positiva al coronavirus. Un caso di trasmissione sul suolo australiano, cosa che non avveniva da settimane: il governo decide così di muoversi immediatamente e impone il lockdown su tutta Perth e nei sobborghi della città. L’obiettivo, stroncare sul nascere un possibile focolaio di coronavirus. E così oltre due milioni di persone vengono confinate a casa.

“E’ una situazione seria”, ha spiegato il governatore della regione. “Ognuno di noi deve fare tutto quello che è in suo potere per evitare che il virus torni a circolare nella comunità”. Una scelta che agli occhi degli europei può sembrare severa, ma che in Australia è la regola: nei mesi scorsi lo stesso era successo prima a Brisbane e poi a Sydney.  

Un vero e proprio modello insomma, che ha permesso all’Australia di tornare da tempo a vivere una situazione di quasi normalità: nelle ultime due settimane i casi sono stati in totale 107, l’ultima vittima del coronavirus è stata registrata il 28 dicembre. Da inizio pandemia i casi sono stati 28.818 e i morti 909, dati che mostrano come l’Australia sia tra i paesi che meglio hanno saputo contrastare la diffusione del coronavirus.

Un modello che è stato largamente apprezzato nel mondo ma scarsamente imitato: “Abbiamo trovato una strada per salvare le vite, proteggere la nostra economia ed evitare i problemi e la paura della pandemia”, ha dichiarato al New York Times Ian MacKay, il virologo che ha inventato il modello australiano: “Tutti possono imparare da noi, ma molti non lo stanno facendo. Non penso si stia prestando la necessaria attenzione”.

Ma in cosa consiste questo modello? Prima di tutto l’Australia, ovviamente facilitata dalla sua natura insulare, già da marzo ha imposto una severa limitazione all’ingresso nel paese. Per coloro che ancora possono arrivare, è obbligatoria una quarantena di 14 giorni in un Covid hotel, così da restare separati anche dai familiari. Inoltre il sistema del tracciamento, abbandonato da quasi tutti i paesi con l’esplosione della seconda ondata, è stato mantenuto in pieno funzionamento, così da isolare immediatamente nelle strutture preposte i casi di trasmissione locale.

Appena viene individuato un caso, la zona viene immediatamente messa in lockdown per permettere un più rapido e agevole controllo di tutti i contatti del malato. “Meglio 3 giorni di lockdown adesso, che 30 più avanti”, hanno sintetizzato le autorità australiane.

Un metodo che è risultato talmente efficace che ormai da mesi in Australia si è tornati a vivere una vita pressoché normale. Bar e ristoranti sono aperti, le attività proseguono senza cambiamenti, le mascherine sono consigliate ma non obbligatorie: l’unica regola è cercare di mantenere il distanziamento sociale. E così, mentre mezza Europa è in lockdown, l’8 febbraio a Melbourne inizia l’Australian Open: sono attesi oltre 30mila spettatori al giorno, e la paura del virus sembra lontana. Cose dell’altro lato del mondo.

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