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I dati delle app sugli smartphone come un'arma: il caso del vescovo costretto alle dimissioni | VIDEO

Jeffrey Burrill, il segretario generale della Conferenza episcopale statunitense, si è dimesso dopo che una testata americana ne ha sostenuto la frequentazione di un bar gay. I suoi spostamenti sarebbero stati scoperti analizzando dei dati teoricamente anonimi di una app installata sul cellulare del vescovo: “Questo è esattamente il tipo di minaccia alla privacy che abbiamo descritto per anni”, ha detto Bennett Cyphers, della Electronic Frontier Foundation

Monsignor Jeffrey Burrill fino a poche settimane fa era il segretario generale della Conferenza episcopale statunitense. Quest'estate però è stato costretto alle dimissioni, dopo che una testata americana ne ha sostenuto la frequentazione di un bar gay.

E così il presidente della Conferenza episcopale statunitense ne ha annunciato le dimissioni, dopo le “notizie circolanti sui media secondo cui si sarebbe reso responsabile di comportamenti inidonei”. Fin qui sembra una storia importante ma come tante altre se ne sono sentite negli ultimi anni, eppure c’è una differenza fondamentale: il giornale ha infatti scoperto gli spostamenti del prete analizzando dei dati teoricamente anonimi di una app installata sul cellulare del vescovo.

In particolare, riporta l’Agi, "l'analisi dei dati di una app correlata al telefono cellulare di Burrill dimostra che il religioso avrebbe frequentato locali per omosessuali in diverse città tra il 2018 ed il 2020, anche nel corso di viaggi per conto della Conferenza episcopale".

Si tratterebbe di dati che "non identificano chi abbia usato l'app, ma mettono in correlazione un'unica utenza ad ogni strumento mobile che usa un particolare tipo di applicazione". Infatti "i dati del segnale, raccolto dalla app dopo che chi la usa acconsente alla loro raccolta, vengono aggregati e rivenduti". A questo punto possono essere analizzati "allo scopo di ricostruire la posizione e le informazioni attinenti ogni apparato".

Insomma, i dati personali raccolti e venduti a terzi da praticamente tutte le applicazioni possono essere usati come arma: ad affermarlo sono diversi esperti al Washington Post, citati dall’Ansa. "E' la prima volta, che io sappia, che un'entità giornalistica traccia una specifica persona e usa le informazioni raccolte come arma” ha detto Bennett Cyphers, della Electronic Frontier Foundation, attiva sui diritti digitali. “Questo è esattamente il tipo di minaccia alla privacy che abbiamo descritto per anni”.

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