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Israele e Palestina, storia di una guerra infinita e di una convivenza (im)possibile | VIDEO

Tra Israele e la fazione palestinese di Hamas a Gaza è di nuovo guerra aperta da giorni, dopo la decisione del governo israeliano di chiudere la "porta di Damasco", un importante varco di accesso alla Spianata. Ma il conflitto tra parte del popolo arabo e quello ebraico che da un secolo convivono su quelle terre affonda le sue radici molto in profondità: ecco da dove nascono gli scontri di questi giorni, anche con un servizio di Antonino Monteleone in cui incontriamo una famiglia palestinese e una israeliana delle colonie 

Dessau è una piccola cittadina tedesca nel cuore della Sassonia, una delle regioni che oggi compongono la repubblica federale di Germania. A quasi tremila chilometri di distanza sorge una delle città più famose e importanti della storia, Gerusalemme, che in questi giorni è tornata tristemente alla ribalta per gli scontri tra le autorità israeliane e Hamas. Proprio di Gerusalemme e di questo conflitto infinito vi abbiamo parlato anche nel servizio di Antonino Monteleone del 2017 che vedete qui sopra: abbiamo passato un po’ di tempo in compagnia di una famiglia palestinese e di una israeliana delle colonie per capire meglio questo conflitto che sembra senza fine.

I conflitti tra israeliani e palestinesi continuano, a fasi alterne, da oltre settant’anni, da quando il 14 maggio del 1948 David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. Ma per capire questo conflitto che insanguina da decenni la Terra Santa bisogna partire da lontano, proprio da quella cittadina tedesca che sonnecchia appoggiata sulle rive dell’Elba.

Il 6 settembre del 1729 le gelide acque del più importante fiume dell’Europa centrale tennero a battesimo Moses Mendelssohn, filosofo tedesco di origine ebraica e importante pensatore dell’Illuminismo. Alle sue opere si fa risalire la nascita - o meglio la rinascita - dell’Haskalah: un movimento di pensiero che riteneva necessario introdurre modifiche allo stile di vita tradizionale degli ebrei, permettendone la contaminazione con altre culture senza però rinnegare i fondamenti della propria identità.

È a questo movimento di pensiero che si deve, per esempio, la modernizzazione della lingua ebraica. Ed è da questo filone dell’Illuminismo, nato e sviluppatosi in Germania, che un secolo dopo nacque l’ideologia politica del sionismo. Non si può riassumere in breve né la complessità dell’Haskalah, né quella del sionismo. In questo contesto basti sapere che quest’ultimo sosteneva il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico e la nascita di uno Stato d’Israele in quelle terre che la Bibbia definiva le “terre d’Israele”.

A cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, importanti ondate migratorie interessarono l’allora territorio di Palestina sotto il controllo dell’Impero Ottomano: migliaia di ebrei iniziarono a trasferirsi in quelle terre anche per l’impulso culturale del sionismo, un fenomeno che prenderà il nome di Aliyah, “la salita” in ebraico. Alla fine della prima guerra mondiale, nel 1918, la Palestina passò sotto il controllo dell’Impero Britannico e il processo migratorio degli ebrei aumentò considerevolmente: Londra, favorevole all’idea di creare due stati distinti, separò le terre del proprio mandato in Transgiordania a est ed insediamenti ebraici a ovest.È la prima pietra della diffidenza e poi scontro tra ebrei e arabi nella zona.

Dalla fine della Grande Guerra all’inizio delle persecuzioni ebraiche da parte della Germania nazista, la popolazione ebraica residente in Israele passò da 80mila a 400mila persone. E già in quegli anni la tensione tra gli abitanti musulmani e quelli ebrei iniziò a montare, dando non pochi problemi alle autorità inglesi nel gestire l’ordine pubblico in Palestina. Nel 1936 la situazione degenerò e iniziò quella che oggi viene chiamata “grande rivolta araba”: un’insurrezione degli arabi palestinesi contro i coloni di origine ebraica durata fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Le popolazioni arabe della zona, che già vent’anni prima si erano sollevate in modo simile contro l’occupazione ottomana, lamentavano la benevolenza con cui i britannici sembravano favorire l’immigrazione ebraica. Migliaia di arabi e centinaia di ebrei morirono durante gli scontri. Alla tensione si aggiunse l’ulteriore ondata migratoria causata dalle feroci persecuzioni contro gli ebrei in Germania prima e in Italia dopo.

Lo scontro tra palestinesi ed ebrei, insomma, è iniziato anni prima che Israele nascesse. È in quegli anni che nacque e si sviluppò la città di Tel Aviv, futura capitale de iure di Israele. Ed è proprio in quegli anni che le attività economiche ebraiche e arabe, fino ad allora sostanzialmente interconnesse, si separarono in modo deciso. Furono proprio quegli scontri tra le due fazioni che piantarono definitivamente il seme di quanto stiamo vivendo ancora oggi. Facendo un salto in avanti nel tempo, arriviamo alla fine della Seconda guerra mondiale: l’atrocità della Shoah portò gli occidentali a vedere la nascita di uno Stato d’Israele come una sorta di compensazione di quanto accaduto.

Il 29 novembre 1947 l’Onu stabilì ufficialmente la nascita di due stati separati, Israele e la Palestina. Nel primo, che occupava un po’ più della metà del territorio del mandato britannico, avrebbero vissuto mezzo milioni di ebrei e quasi altrettanti arabi. Nel secondo, la popolazione era quasi tutta araba. Ma questi ultimi lamentavano l’ingiusta partizione delle terre: molte di quelle fertili sarebbero infatti state destinate a Israele.

Caso a parte Gerusalemme, la città santa per gli ebrei e i cristiani e la terza città più importante per i musulmani: sarebbe stata zona franca gestita direttamente dall’Onu. Senza entusiasmo, gli ebrei accettarono il progetto delle Nazioni unite. Gli arabi della zona, supportati dagli stati circostanti, no: appena finì il mandato britannico sulla Palestina, il leader del popolo ebraico Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato d’Israele. Il giorno dopo, il 15 maggio 1948, gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania invasero il neonato Stato.

Contro ogni prospettiva e pronostico, Israele vinse nettamente la guerra. In meno di un anno il conflitto terminò e Israele occupò moltissimi territori esterni ai suoi confini. Quasi un milione di palestinesi furono costretti ad abbandonare le loro case: “al-Nakba”, la catastrofe, così i palestinesi chiamano l’esilio a cui furono costretti dal conflitto. Crucialmente, anche Gerusalemme Ovest fu occupata da Israele, che lì trasferì gli uffici del governo e proclamò capitale dello stato. Molti dei territori che sarebbero dovuti essere parte dello stato di Palestina, furono occupati dagli altri stati arabi: la striscia costiera di Gaza dall’Egitto, la Cisgiordania dalla Giordania.

La Città Santa entrò così in uno stato di guerra permanente che dura fino a oggi. Metà città controllata da Israele, l’altra metà controllata dalla Giordania. Intanto, per ritorsione alla cacciata dei palestinesi dai territori occupati da Israele, gli stati arabi limitrofi iniziarono a loro volta a cacciare gli ebrei: quasi un milione di persone si trasferirono così in Israele, aumentando la presenza ebraica nei confini.

Nei decenni successivi si sono combattute altre guerre aperte tra Israele e i suoi vicini: nel 1956 Israele partecipò alla guerra di Francia e Gran Bretagna contro l’Egitto per il controllo del canale di Suez. Meno di un decennio dopo, nel 1964, nacque l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, con il sostegno della Lega araba. Nel 1967 si passò nuovamente alle armi, con Israele che attaccò l’Egitto causando la risposta di Siria e Giordania: lo stato ebraico vinse nettamente la guerra, occupando Gerusalemme Est, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, le alture del Golan e la penisola del Sinai

Nel 1973 Egitto e Siria contrattaccarono, nello scontro divenuto famoso come “guerra dello Yom Kippur”, festività ebraica durante la quale fu lanciato l’attacco. Una battaglia terminata in stallo, con l’Egitto che riottenne il Sinai in cambio del riconoscimento dell’esistenza di Israele (prima di allora nessuno stato arabo l’aveva riconosciuta). 

Quella del 1973 rimane di fatto l’ultima guerra aperta combattuta tra gli stati confinanti arabi e Israele, ma di certo non è l’ultimo periodo di guerra o guerriglia nella zona. Nel 1987, a seguito delle continue colonizzazioni di Israele dei territori occupati, venne lanciata dai palestinesi la “prima Intifada”: atti di disobbedienza civile, scioperi generali, boicottaggio di prodotti israeliani, barricate e attacchi alle forze militari israeliane. Tel Aviv rispose con durezza: in quattro anni furono oltre mille i palestinesi uccisi dagli israeliani e quasi altrettanti quelli uccisi da altri palestinesi, perché accusati di collaborare con il nemico.

Alla prima Intifada, terminata nel 1993, ne seguì una seconda iniziata nel 2000: l’allora leader israeliano Ariel Sharon visitò la Spianata (del Tempio per gli ebrei, delle Moschee per i musulmani), scatenando la reazione dei palestinesi. Furono altri cinque anni di guerriglia, che causarono la morte di mille israeliani e 5mila palestinesi, in grande maggioranza vittime civili. 

Tra le due Intifade, l’assassinio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin per mano di un estremista di destra ebraico, avvenuto nel 1995, segnò la fine dei difficilissimi colloqui di pace tra le due fazioni. Il 13 settembre del 1993 infatti è rimasta ancora oggi la data in cui la pace tra israeliani e palestinesi è sembrata più vicina: l’immagine dei due leader, Rabin e Yasser Arafat, che si stringono la mano sotto lo sguardo compiaciuto del presidente americano Bill Clinton, passò alla storia e aveva riacceso le speranze di pace dei due popoli.

Speranza che purtroppo è rimasta lettera morta. Nel corso degli ultimi decenni infatti la tensione tra israeliani e palestinesi è continuata a crescere con vicendevoli scontri e attacchi. Il governo di Israele ha colonizzato territori occupati che i palestinesi rivendicano come propri. Alcune città - di cui Betlemme è l’emblema - vivono in uno stato di durissima occupazione militare: l’intero centro abitato è circondato da un muro, con checkpoint per poter entrare e uscire. E la popolazione araba denuncia le continue angherie che è costretta a subire.

La Palestina oggi è ridotta alla Striscia di Gaza e a parte della Cisgiordania: Gaza è controllata da Hamas, un’organizzazione politica e paramilitare che - almeno da alcuni stati, tra cui gli Stati Uniti - è indicata come organizzazione paraterroristica. La Cisgiordania è invece governata da al-Fatah, anch’essa un’entità politica e paramilitare che non è però accusata di praticare azioni terroristiche.

A rendere ulteriormente complicato il quadro politico della zona - e le condizioni di vita dei palestinesi - c’è il conflitto, che dura ormai da quindici anni, proprio tra Hamas e al-Fatah: nel 2006 le due fazioni palestinesi si sono combattute per il controllo della striscia di Gaza. La guerra è stata vinta a Gaza da Hamas e da allora le due aree non contigue che formano la Palestina odierna sono controllate da due entità che a stento dialogano tra di loro in una situazione di spartizione di fatto.

Insomma, come è facile intuire le terre di Israele e Palestina sono una vera polveriera. Per capire fino in fondo le tensioni che animano quelle terre però manca ancora un elemento, quello religioso, fin qui di sottofondo al racconto ma in realtà cruciale negli eventi dell’ultimo secolo. E se si parla di religione, nessun luogo al mondo ne è impregnato come Gerusalemme.

Gerusalemme è una Città Santa per ebrei, cristiani e musulmani. Conquistata da re David nel 1000 a.C., fu capitale dello stato ebraico fino alla conquista per mano di Alessandro Magno nel 331. Tutti i tentativi di ellenizzare la città, operati dalle varie occupazioni che si sono succedute nei secoli, hanno però sempre trovato una fiera resistenza da parte degli abitanti ebrei. Nel 70 d.C., a seguito dell’ennesima ribellione contro la dominazione straniera - questa volta romana - l’imperatore Tito ordinò la distruzione del Tempio che sorgeva sulla Spianata.

Nel VII secolo Gerusalemme cadde sotto la dominazione araba che, escluso l’intermezzo della conquista cristiana a seguito della prima crociata, è durata quasi ininterrottamente fino alla fine della Prima guerra mondiale e l’arrivo degli Inglesi, di cui abbiamo già raccontato. Gerusalemme dunque è stata al centro di moltissimi eventi storici, che abbracciano le tre grandi religioni monoteiste: è stata la capitale del regno d’Israele dove sorgeva il Tempio ebraico, è stata la città dove s’è svolta la predicazione e l’uccisione di Gesù, è stata anche teatro della preghiera prima di ascendere al cielo del profeta Maometto nel 621

Tutto questo fa di Gerusalemme Città santa per tre distinte religioni, che nel corso dei secoli si sono spesso fatte la guerra per detenerne il controllo. Oggi il Muro del Pianto, che “regge” la Spianata su cui ormai due millenni addietro sorgeva il Tempio, è il luogo di preghiera più sacro dell’ebraismo. Ma sulla Spianata sorgono da secoli la moschea al-Aqṣā e la Cupola della Roccia: insieme formano l’al-Ḥaram al-Sharīf, il terzo sito più sacro del mondo per i musulmani. In poche decine di metri quadrati si concentrano due dei luoghi di preghiera più importanti del mondo.

Chi di voi è stato nella Città santa - che come abbiamo raccontato dal 1967 è occupata militarmente da Israele - sa bene cosa sia in realtà oggi il Muro del pianto e la Spianata: una sorte di fortezza, difesa da centinaia di soldati, dove la tensione tra due popoli e due fedi si respira come elettricità nell’aria. La santità ha lasciato da tempo il campo alle armi.

E basta una scintilla per far esplodere quell’elettricità. Le rivolte di questi giorni, anche se come abbiamo raccontato hanno radici storiche e culturali ben più profonde, sono state scatenate dalla decisione del governo israeliano di chiudere uno dei più importanti varchi d’accesso alla Spianata, la porta di Damasco che affaccia sulla parte nord ovest della città: un atto visto dai palestinesi come l’ennesima negazione dei propri diritti da parte dell’occupante israeliano. Una scelta legittima di governo al tempo della pandemia per evitare assembramenti, per le autorità ebraiche.

E così Israele e Palestina sono di nuovo in guerra aperta. A oggi sono più di cento le persone che hanno perso le vita, in grande maggioranza civili palestinesi: le forze regolari israeliane stanno pesantemente bombardando la Striscia di Gaza costringendo i palestinesi alla fuga, dopo che dalla Striscia stessa erano partiti attacchi missilistici verso le città israeliane (in gran parte naturalizzati dall’Iron Dome, un sistema di protezione antiaereo israeliano). 

Si dice che: “Chi sarà capace di portare la pace a Gerusalemme, potrà portarla in tutto il mondo”. Noi tutti aspettiamo l’arrivo di quel giorno. 



(Nella foto il Muro del Pianto a Gerusalemme, luogo sacro di preghiera per gli ebrei, protetto da un check point militare. Sullo sfondo la cupola dorata della Cupola della Roccia, santuario sacro per i musulmani)

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