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Licenziata dopo esser diventata mamma, il giudice la reintegra: “Fu una ritorsione” | VIDEO

Noi de Le Iene vi abbiamo raccontato la vicenda di Sara nel servizio di Cristiano Pasca: dopo essere andata in maternità nel 2015, Sara è stata prima trasferita e poi licenziata. Adesso però il Tribunale ha ordinato il suo reintegro: per i giudici i provvedimenti erano dettati da una volontà “discriminatoria”, “ritorsiva” e “vendicativa”

La Corte d’Appello di Catanzaro ha ordinato l’immediato reintegro al lavoro di Sara, la ragazza di Cosenza licenziata dall’azienda dopo essere diventata madre. Lo riporta Il Manifesto.

Noi de Le Iene vi abbiamo raccontato la vicenda di Sara nel servizio di Cristiano Pasca, che potete rivedere in testa a questo articolo. Dopo essere andata in maternità nel 2015, Sara è stata trasferita a 250 km di distanza da Cosenza, nella sede di Salerno della sua azienda. 

Lei però ha fatto ricorso e ha vinto. Hanno provato a trasferirla di nuovo a Salerno, ha vinto anche il secondo ricorso. L'azienda allora l'ha licenziata, nel luglio 2017, per una “crisi economica” che secondo il Tribunale non risulta però dai bilanci, nemmeno per la sede di Cosenza. E adesso i giudici hanno disposto l’annullamento del licenziamento e l’immediato reintegro della dipendente

Per il Tribunale i provvedimenti contro Sara erano dettati da una volontà “discriminatoria”, “ritrosiva” e “vendicativa”, riporta ancora Il Manifesto. Per i giudici la decisione di licenziare la ragazza non era legittima: “Che tanto fosse avvenuto in ragione della sopravvenuta maternità della ricorrente era dimostrato anche dai floridi risultati economici conseguiti nel periodo di interesse proprio presso la filiale di Cosenza, che smentivano in radice il giustificato motivo oggettivo”, scrivono.

Adesso Sara ha vinto la sua battaglia: “Posso ritenermi fortunata perché la mia non è una famiglia monoreddito, quindi ho potuto attendere da disoccupata il tempo necessario per ottenere giustizia. Ma penso a tantissime colleghe che non vivono la stessa condizione e si vedono costrette a subire in silenzio o accettare formule compromissorie forzose”.

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