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“Non è stupro se non gridi”. Una storia sentita troppo spesso | VIDEO

“Questo mio stare zitta, questo mio non reagire, agli occhi di chi mi ha giudicato era consenso”. Laura racconta a Nina Palmieri la violenza che avrebbe subito da parte di un uomo e uno dei motivi per cui, in un primo momento, viene ritenuta non credibile

“Non essere creduta perché non ricordi con quale mano ti ha sbottonato un pantalone mi sembra crudele. Continuava a dirmi ‘più fai così e più mi eccita la cosa’”. Laura racconta a Nina Palmieri la violenza che avrebbe subito da parte di un uomo. Un tribunale italiano, in primo grado, ha reputato non credibile la storia di Laura perché, tra le tante cose, non riferisce di aver tradito emotività. “Questo mio stare zitta, questo mio non reagire, agli occhi di chi mi ha giudicato era consenso”, dice Laura alla Iena. La questione del consenso, del resto, è stata la difesa del presunto stupratore, che di fatto non ha mai negato di aver più volte tormentato con le sue mani e la sua bocca Laura. La donna oggi è ritenuta dai giudici di secondo grado totalmente credibile con una motivazione semplicissima: ciascuna vittima reagisce a modo proprio.

Ma facciamo un passo indietro. Siamo a Torino, nel 2010, e Laura presta servizio come dipendente a tempo determinato per la Croce Rossa e fa anche la volontaria. Sul lavoro conosce un uomo e racconta di aver sentito fin da subito qualcosa in lui che non la convince. “Era arrogante”, dice alla Iena. “Approfittava del ruolo che aveva”. A lui, ormai da anni nella Croce Rossa, verrebbero dati anche compiti di gestione del personale. L’istinto di Laura la porta a evitarlo, soprattutto perché da qualche tempo lui avrebbe messo gli occhi su di lei. “Abbiamo delle stanzette di riposo”, inizia a raccontare Laura. In quelle stanzette, secondo il racconto della donna, sarebbero iniziati gli approcci con palpeggiamenti che lei non gradisce e che avrebbe cercato di respingere.

Ma l’uomo avrebbe interpretato il rifiuto pensando, lo dichiarerà, che quella sua iniziale ritrosia sia una sorta di peculiare modalità comportamentale di Laura. E la seconda volta sarebbe tornato alla carica con più voglia. “Io ero sotto al letto a castello e lui nell’altro letto”, racconta Laura alla Iena. “Come l’ho visto alzarsi e avvicinarsi verso il mio letto mi sono buttata giù con i piedi, però non sono riuscita ad alzarmi. Avevo le mani attaccate alla rete, avevo i piedi al suo stomaco per spingerlo, ma inutilmente… Una violenza completa”, conclude Laura. Lei è sconvolta, non parla, non grida, non si ribella. “Lui continuava  a dirmi ‘più fai così e più mi eccita la cosa’”, dice la donna, che da bambina, racconta, sarebbe stata violentata.

Laura diventa succube di quel collega, che a ogni occasione agirebbe sempre con lo stesso copione: lui ci prova, lei sta zitta, lui continua. La donna sarebbe stata però troppo impaurita per parlare o per confidarsi con qualcuno e, secondo quello che ci racconta, non appena provava a interrompere quella situazione, lui avrebbe trovato il modo per andare avanti. “Mi diceva sempre: guarda che sta arrivando fine mese”, racconta Laura. “Mi faceva capire che se non assecondavo le sue esigenza a me non mi rinnovavano il contratto”.

Fino a che un giorno, racconta Laura, un collega capisce che c’è qualcosa che non va e parla con lei. Qualche giorno dopo la donna viene accompagnata in Questura. La polizia comincia a indagare e vengono messe le telecamere nella stanza dove si consumerebbero le violenze. “Siamo andati in stanzetta lui mi ha buttato sul letto”, racconta Laura. La Iena ripercorre cosa è stato ripreso dalle telecamere e riportato negli atti del processo. Ma l’uomo non arriva al rapporto completo perché, racconta Laura, “è arrivata la chiamata del 118”. Intanto arrivano i poliziotti che lo arrestano.

Per i giudici di primo grado Laura non è credibile: l’uomo viene assolto in primo grado perché il fatto non sussiste e le motivazioni sono davvero singolari. “Abbiamo ritenuto essere un sentenza un po’ medievale”, dice l’avvocato di Laura. La donna deve pure difendersi dal reato di calunnia. In Appello però la Corte ribalta le cose. “L’Appello dice che lei è credibile”, spiega l’avvocato. C’è un però:  “il reato è quello”, continua l’avvocato, “tu sei credibile, non ho motivi di dubitare, ma per un difetto di procedibilità vi è un non luogo a procedere”. In sostanza per la corte d’Appello l’uomo ha sì stuprato Laura, ma lei avrebbe dovuto presentare la denuncia entro sei mesi dalla violenza, cosa che non è avvenuta. Per loro l’uomo non è un suo superiore e quindi non ha approfittato del suo ruolo.

“In queste cose il tempo non si può calcolare”, dice Laura a Nina Palmieri. Dal 2019 le vittime hanno un anno di tempo per metabolizzare  e realizzare che quello che hanno subito si chiama stupro. Ma nel caso di Laura il problema giuridico legato non solo ai tempi della denuncia ma anche al suo legame professionale con il suo collega e superiore ha avuto la meglio sulla certificata credibilità e attendibilità dei suoi drammatici racconti: l’uomo è prosciolto.

Non è finita: la Cassazione, pochi mesi fa, scrive che l’uomo “Era commissario dei volontari, elemento su cui aveva fatto leva per ottenere il proprio soddisfacimento sessuale”. Quindi la Cassazione dice: l’imputato per noi è un superiore della signora, dunque c’è l’aggravante dell’abuso di potere  e in questo caso non esistono tempi e scadenze per presentare la denuncia. Quindi si va di nuovo in Appello per una nuova sentenza, che dirà se l’uomo ha commesso o meno, con abuso di potere, lo stupro.

La Iena è andata a parlare con quest’uomo, che non vuole rilasciare alcuna dichiarazione e che, alla domanda se si senta innocente risponde: “Assolutamente sì”. 

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