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San Patrignano, Cappato: “Muccioli e Pannella sulle droghe agli antipodi ma d'accordo su: mai più un tossicodipendente in carcere”

La docuserie Sanpa ha acceso il dibattito sul fondatore e i primi anni della comunità di recupero per tossicodipendenti San Patrignano. Marco Cappato ci parla del congresso del ’95 che vide proibizionisti e antiproibizionisti confrontarsi proprio all’interno della comunità

“Sono stato a San Patrignano nel gennaio del 1995 in occasione del congresso del CoRa, coordinamento radicale antiproibizionista”. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, in un lungo post su Facebook racconta del dibattito tra Vincenzo Muccioli, fondatore della comunità di recupero di vittime della tossicodipendenza San Patrignano, e Marco Pannella, leader dei Radicali. Cappato era tra i congressisti e ricorda con precisione quell’evento, quel dibattito tra visioni contrastanti.

Gli anni della fondazione della comunità e la figura di Vincenzo Muccioli sono tornati al centro del dibattito dopo l’uscita della docuserie “SanPa”. Abbiamo intervistato Marco Cappato per ripercorrere con lui il congresso del ’95 e il dibattito di quegli anni sulla droga in Italia.

 

Hai assistito al dibattito tra Muccioli e Marco Pannella, due uomini con visioni sulla droga agli antipodi.

“Pannella era il leader dell’antiprobizionismo e della legalizzazione delle droghe come strategia per ridurre, da un punto di vista sanitario, il danno sui consumatori di droghe e, da un punto di vista sociale, ridurre il danno del rafforzamento del potere mafioso e criminale che il proibizionismo induce. Per quanto riguarda Muccioli, forse all’inizio la sua non era una linea politica, ma una impresa e strategia imprenditoriale di assistenza, salvataggio e recupero di persone tossicodipendenti. Poi negli anni la necessità di rafforzare il proibizionismo e la durezza delle leggi in materia di droga è diventata la sua linea politica”.

Perché la scelta di organizzare il congresso antiproibizionista proprio a San Patrignano?

“Fu un’idea di Pannella di chiedere a Muccioli di tenere lì il nostro congresso. Pannella e Muccioli si erano scontrati per anni sulla questione delle droghe. Muccioli fu contento di ospitarci per tre giorni di congresso. Era un segno di disponibilità al dialogo che poi nel corso del congresso è diventato anche un punto d’intesa comune, che non eliminava lo scontro tra proibizionismo e antiproibizionismo. E il punto d’intesa e obiettivo comune era: mai più un tossicodipendente in carcere. Pannella e Muccioli a questa idea ci arrivavano da percorsi diversi, ma era comunque un punto in comune significativo e lo è ancora oggi se pensiamo che un terzo delle persone detenute sono direttamente o indirettamente legate a questioni di droghe. Non è un punto d’intesa marginale”.

Che impressione ti fece San Patrignano nel ’95?

“Mi colpì l’enormità, la dimensione del posto. Non avevo mai visto una sala mensa così grande. Mi ricordo che ci si alzava tutti in piedi prima del pranzo, c’erano una sorta di riti, non voglio dire militareschi perché sarebbe eccessivo, ma comunque procedure che coinvolgevano all’unisono un numero impressionante di persone. Dava l’impressione di qualcosa di organizzato fino nei minimi dettagli, sembrava che non ci fosse nulla lasciato al caso. Muccioli con tutte le luci, le ombre e i crimini, ha creato qualcosa di enorme. E si è posto negli anni un’esigenza e un obiettivo molto pratico: salvare la vita delle persone. Che questa fosse una volontà e un impegno umano totalizzante da parte sua, questo si respirava fisicamente nell’entrare a San Patrignano”. “Io credo che anche gli errori più gravi e crimini nella comunità siano stati il risultato di avere considerato quella strategia, la sua strategia di una comunità chiusa e quindi totalizzante, come l’unica strategia buona. In realtà già dagli anni ‘80 nel mondo si affermavano strategie e modalità alternative, ad esempio penso alla figura di don Gallo e l’utilizzo di terapie sostitutive. In Svizzera all’inizio degli anni ‘90 iniziò ad affermarsi la questione delle terapie a base di eroina. Si tratta di far entrare il tossicodipendente in un percorso di somministrazione di eroina legale sotto il controllo medico, cercando di ridurre via via le dosi e portarlo a uscirne”.

Com’era il dibattito sulla droga in Italia negli anni in cui si tenne il congresso?

"Negli anni Ottanta venne lanciata la “war on drugs”, un’offensiva proibizionista forte, dura, militarizzata a cui l'Italia si accodò perfettamente. Fu messa in piedi la grande macchina della guerra alle droghe. Non c’è voluto molto tempo per constatare che il rafforzamento della guerra rafforzava solo l’entità dei problemi. Anche perché non puoi pensare di risolvere problemi che riguardano centinaia di migliaia di persone, e se ci mettiamo anche la cannabis arriviamo a milioni, dentro quattro mura. Evidentemente quel sistema non poteva reggere e quindi il dibattito si era rivelato necessario. Oggi la soluzione che si sta seguendo è quella paradossale di non far rispettare la legge. Oggi i consumatori di cannabis sono, secondo i dati della Procura Antimafia, 4 milioni di persone. Di fronte a una popolazione così grande l’unica possibilità di tenere un minimo di convivenza sociale è che la legge non sia applicata. Siccome nessuno oggi osa più riproporre il modello della “war on drugs”, di fatto si risolve all’italiana: la legge non si applica se non per i poveracci, i tossicodipendenti abituali che ogni tanto vengono arrestati per tenere alti i risultati e per dire che si sta facendo qualcosa contro le droghe. Ma non è più qualcosa in cui la politica crede. Ogni tanto c’è il tweet di Salvini, ma nessuno ha provato davvero a fare qualcosa. La soluzione è fare finta di nulla ed evitare al massimo il dibattito, anche a sinistra. Ai tempi di Muccioli c’era uno scontro politico forte, chiaro, da cui potevano nascere compromessi o intese parziali, che nascevano proprio dallo scontro. Oggi non c’è nulla. Non c’è scontro, non c’è dibattitto. L’unica speranza viene dall’estero: come il fatto che diversi stati Usa abbiano scelto, attraverso il referendum, la via della legalizzazione della cannabis, e in alcuni stati addirittura degli psichedelici, oppure che l’Onu abbia declassificato la cannabis dalla tabella delle sostanze riconoscendone le proprietà terapeutiche”.

Nella serie “SanPa” di Netflix viene riportata la frase di Pannella a Muccioli: “Io mi occupo della guerra, tu dei feriti”.

"Parafraserei così questa frase: un conto è se tu Muccioli porti i risultati delle vite che riesci a salvare a San Patrignano, un conto è se trasformi quello che fai nella tua comunità come una proposta politica per tutto il paese. Come se quella fosse la soluzione politica sulle droghe. Questo sarebbe impossibile, vorrebbe dire rinchiudere in comunità un numero insostenibile di persone".

Hai visto la docuserie? Cosa ne pensi?

"L’ho vista, mi è sembrata molto utile. Non vedo neanche grossi margini di polemica. Fa vedere una realtà, poteva enfatizzare di più gli aspetti negativi o farli vedere di meno. Penso in particolare che il documentario sia molto efficace nel mostrare qualcosa che riguarda tutte le realtà umane: come la crescita della dimensione abbia provocato dei meccanismi di gestione dell’ordine e della disciplina che sono gli stessi se si studiano i comportamenti all’interno dell’esercito e delle comunità chiuse. Finché un rapporto è di tipo personale, che riusciva a gestire Muccioli direttamente, allora è chiaro che la passione che lui metteva in questa missione poteva esercitare un effetto su ciascuna delle persone con le quali aveva a che fare. Ma quando diventano migliaia di persone si afferma la logica della gerarchia, dei capi e dei capetti. Il documentario è efficace nel mostrare come questa situazione non potesse che scappare di mano".

Del cosiddetto “metodo San Patrignano”, costringere anche con la forza i ragazzi a non bucarsi, arrivando se necessario a usare le catene, cosa pensi?

"Sono passati più di 30 anni e nel frattempo sono stati fatti passi avanti enormi nell’applicare e studiare altri metodi che non implicano lo stesso grado di coercizione e meno che mai di violenza. Io penso che il fine non giustifica i mezzi. Oggi le alternative sono molto più solide sul piano medico-scientifico. Negli anni Ottanta la situazione era diversa. Questo non significa per me giustificare quello che è accaduto bensì cercare di comprendere cosa è accaduto e uno degli errori di Muccioli: non voler nemmeno prendere in considerazione alternative a quel metodo".

Secondo te qual è il miglior metodo per uscire dalla tossicodipendenza?

"Non c’è un unico metodo perché le persone sono diverse. Oggi è sempre più centrale l’importanza che la persona possa ricostruirsi una propria vita".

 

Nel 2018, con la Iena Cizco, siamo entrati a San Patrignano, una delle comunità di recupero più grandi del mondo, dove convivono più di 1300 persone. Abbiamo parlato e conosciuto i ragazzi, come potete vedere nel servizio qui sotto, tra chi inizia il suo percorso e chi può tornare a casa.

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