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L'untore di Hiv di Ancona ai domiciliari, la vittima Romina: “Ripiombo nell'incubo” | VIDEO

L’"untore" di Hiv di Ancona, Claudio Pinti, è stato messo agli arresti domiciliari. “Andrà a curarsi nel mio stesso ospedale, rischio di incontrarlo ogni volta”, racconta Romina Scaloni, una delle sue vittime. L'uomo è stato condannato in secondo grado a 16 anni e 8 mesi di carcere per omicidio volontario e lesioni personali gravissime. Noi de Le Iene vi abbiamo raccontato la sua storia con Roberta Rei

Mi sento tradita dalla legge”. A parlare a Iene.it è Romina Scaloni, una delle donne vittime dell’ ‘untore’ di Hiv di Ancona, Claudio Pinti. L’uomo infatti, su cui pende una condanna di secondo grado a 16 anni e 8 mesi per omicidio volontario e lesioni personali gravissime, è stato scarcerato e messo agli arresti domiciliari. “Rischio di trovarmelo in ospedale ogni volta che vado a curarmi”, denuncia Romina.

Facciamo un passo indietro: Romina Scaloni è una delle vittime dell’”untore” Claudio Pinti. È stata contagiata con l’Hiv dall’ex fidanzato, che non l’aveva avvertita della sua condizione. L’uomo, come detto, è stato condannato in Appello a 16 anni e 8 mesi di carcere. Sul caso si deve ancora esprimere la Cassazione.

Mi sento violentata. Sono ancora giovane, ma mi sento marchiata: chi vorrà mai costruire una vita con me?”, aveva detto in lacrime alla nostra Roberta Rei nel servizio che potete rivedere qui. E poi il racconto delle menzogne: “Sarai sempre al sicuro con me”, “Voglio invecchiare felicemente al tuo fianco”, sono alcuni dei messaggi che le scriveva Claudio. Si diceva pure convinto delle teorie allucinanti dei negazionisti dell'Aids e che non credeva all’esistenza dell’Hiv. Ma a Romina diceva di essersi comunque protetto con le 200 partner di cui si vantava.

La compagna del fratello di Claudio ha però rivelato la verità e Romina, dopo aver scoperto di essere stata contagiata, l’ha denunciato portando al suo arresto e al processo in cui è arrivata la condanna.

Ora però, a meno di due anni dalla sentenza d’Appello e in attesa della Cassazione, è stata concessa a Pinti la detenzione domiciliare con il braccialetto elettronico. L’uomo avrebbe abbandonato le teorie negazioniste dell’Hiv e accettato di farsi curare: queste motivazioni sembrano aver spinto la Corte d’Appello ad adottare la misura. 

Tutto questo nonostante, come scrive la stessa Corte autorizzando i domiciliari, non siano “completamente cessate le esigenze cautelari in ragione dell’esistenza del concreto pericolo di reiterazione di reati della stessa indole”. 

Ma c’è di più, per Romina: “Sarà visitato all’ospedale Torrette di Ancona, forse i giudici non hanno pensato che l’hanno autorizzato ad andare allo stesso ospedale dove vado io a curarmi grazie a lui che mi ha trasmesso l’Hiv”. Romina è spaventata dall’ipotesi di poterlo incontrare: “Lo trovo inconcepibile e inaccettabile. Come faccio ad andare a curarmi nello stesso ospedale, sapendo che potrei incontrarlo lì ogni volta? I giudici hanno pensato a questa mia situazione?”.

“Dov’è la giustizia?”, si chiede Romina. “Come faccio a sentirmi tutelata sapendo che colui che mi ha fatto del male e che ha fatto morire una ragazza sia comodamente a casa?”. Romina ha un appello per il ministero della Giustizia, retto da Marta Cartabia: “Non voglio rivivere quest’incubo in cui sono ripiombata improvvisamente. Vi prego, non permettete tutto questo. Fatemi credere nella giustizia”.

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