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Uranio impoverito, la battaglia di Carlo Calcagni per avere le scuse dello Stato | VIDEO

La senatrice Daniela Donno, capogruppo M5S in commissione Difesa: “La storia del Colonnello Calcagni è la storia di tanti uomini coraggiosi dello Stato. Uno Stato che mente, pur sapendo di mentire. Io dico: ‘Scusa Carlo’. La tua battaglia è la battaglia di tutti noi”. Noi vi abbiamo raccontato in maggio con Luigi Pelazza la storia di questa militare e la sua coraggiosa battaglia

“La storia del Colonnello Calcagni è la storia di tanti uomini coraggiosi dello Stato. Uno Stato che mente, pur sapendo di mentire, non è uno Stato che ci rappresenta. Pertanto, nelle vesti istituzionali di Capo Gruppo M5S della Commissione Difesa del Senato della Repubblica, dico: ‘Scusa Carlo’. La tua battaglia è la battaglia di tutti noi”.

Queste prime parole importanti di Daniela Donno, capogruppo M5S in commissione Difesa, riaprono le speranze per Carlo Calcagni. Con Luigi Pelazza noi de Le Iene abbiamo raccontato la sua storia il 25 maggio scorso nel servizio che vedete qui sopra. Quella del colonnello, ex pilota dell’esercito e atleta paralimpico, è quella dei soldati italiani che si sono ammalati per l’uranio impoverito, un metallo pesante tossico e cancerogeno.

Calcagni non chiede risarcimenti, gliene basta uno simbolico da un euro, ma vuole appunto le scuse dello Stato. Per questo sono importanti le parole che gli ha rivolto la senatrice del M5S durante la presentazione della sua biografia “Pedalando su un filo d’acciaio”.

“Siamo nel 2021 e ancora della parola ‘uranio’ non si deve parlare” racconta il colonnello a Luigi Pelazza nel servizio in alto. “I valori che ho io sono addirittura superiori ai valori delle persone che sono state esposte a Chernobyl”. Il militare nel 1996 fu inviato in missione di pace in Bosnia. In quelle operazioni l’esercito americano utilizzò proiettili e bombe all’uranio impoverito, informando anche gli alleati delle precauzioni necessarie in quel contesto.

Non tutti i militari mandati nei Balcani sarebbero però stati informati dai vertici di allora: 7mila si sono ammalati, circa 400 sono morti di cancro. Calcagni in quelle operazioni era pilota di elicotteri e per il suo lavoro in quella missione riceve anche un encomio. Tornato a casa però si ammala: “Viene riscontrata la presenza di metalli pesanti nelle biopsie di fegato, midollo e polmoni. Da lì la situazione è degenerata”.

Il colonnello inizia le cure e parallelamente invia la documentazione agli organi competenti per farsi riconoscere la “causa di servizio”, ovvero dimostrare che si è ammalato in Bosnia in seguito alla contaminazione da uranio impoverito. Calcagni racconta a Luigi Pelazza tutte le terapie a cui è costretto a sottoporsi per sopravvivere.

Nel 2007 il ministero della Difesa ha decretato che le sue infermità sono riconosciute dipendenti da fatti di servizio “per le particolari condizioni ambientali e operative della missione svolta nei Balcani”, ci spiega. Gli hanno riconosciuto un’indennità e una pensione di invalidità al 100%.

“Subito dopo ho fatto una richiesta per chiedere un risarcimento vero e proprio”, come la legge gli permette. Ma nessuno gli risponde: “Passano gli anni, io nel frattempo devo anche affrontare situazioni gravi, come la necessità di trapianto al midollo, un intervento ai polmoni…”. Poi finalmente nel 2017, ben dieci anni dopo, riceve il responso: “Due righe di risposta, ‘la sua domanda di risarcimento non può trovare accoglimento’”.

Così Calcagni fa richiesta di accesso agli atti ma il ministero della Difesa si oppone: “Dice che c’è un segreto di Stato sulla mia documentazione”. Lui non molla e fa ricorso al Tar, che gli dà ragione. Siamo nel 2019 e dopo 12 anni scopre che il risarcimento gli è stato negato perché “Calcagni non ha effettuato alcuna attività di volo nei Balcani”.

“È assurdo, ti ammazzano due volte e non è accettabile”, dice a Luigi Pelazza. Per avere prova del contrario di quanto afferma lo Stato, basta vedere il suo libretto dei voli con l’elenco di tutte le operazioni svolte oppure il suo fascicolo sanitario. A questo punto scrive ancora una volta al ministero. Dopo un’attenta lettura delle carte, nel 2019 l’Esercito fa mea culpa: “Io ricevo questa dichiarazione e faccio un sospiro di sollievo”. E invece no. Di anni ne sono passati altri due, e nessuno si è ancora fatto sentire: “Si perde tempo, probabilmente il militare muore…”.

Carlo Calcagni è un uomo dello Stato, un militare: la battaglia che sta portando avanti la sta facendo anche per tutti i ragazzi che in questi 15 anni si sono ammalati e sono morti per colpa dell’uranio impoverito. Come risarcimento chiede un euro simbolico, ma vuole soprattutto “le scuse pubbliche nei miei confronti e nei confronti delle nostre famiglie e degli altri militari che hanno subito quello che ho subito io in questi anni”.

“Io mi devo curare ogni giorno della mia vita”, chiude il colonnello. “Io lotto, lotto come un leone, con tutte le mie forze, anche quando non ce l’ho”. Speriamo che le parole della senatrice Donno possano aprire la strada verso quelle pubbliche scuse nei suoi confronti.

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