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Michele Polverino si è ritrovato sul lastrico per colpa della camorra che gli ha chiesto il pizzo. E, dopo la sua denuncia, vive tra le minacce. Silvio Schembri è andato a Saviano (Napoli) a parlare direttamente con la famiglia di un capoclan

La camorra lo ha costretto a chiudere la sua attività. Lui, pur sul lastrico ha avuto il coraggio di denunciare tutto, dopo l’arresto dei capoclan e le minacce continuano.

Siamo a Saviano, in provincia di Napoli, nel 2009 Michele Polverino apre una cartolibreria che attira l’attenzione dei camorristi. Iniziano così a chiedergli il pizzo: per pagarlo è costretto a rivolgersi a un usuraio, ma l’attività chiude lo stesso.

Si ritrova solo e con i debiti da pagare. Qualche mese dopo il clan Russo viene sgominato. Così Michele Polverino può ripartire con una nuova attività: un bar salagiochi. Alla sua porta bussano ancora per chiedergli il pizzo. Tra loro c’è anche Salvatore Taglialatela. Michele questa volta denuncia tutto, ritrovandosi ancora di più sotto minaccia.

Vengono arrestati in otto. I clienti però hanno paura e non frequentano più il bar. Le minacce intanto continuano.

Michele si rivolge a Le Iene e il nostro Silvio Schembri va a parlare coi familiari di ’O Tagliariello, capo zona di un clan camorristico attualmente in carcere. “La camorra non esiste, oggi i camorristi sono i politici”, ci rispomdono.

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